ancora sulla questione indulto.
Lettera di Sergio Staino e risposta di Eros Cruccolini....

Confessioni di un traditore

di Sergio Staino

L’Unità, 4 agosto 2006

E’ una fredda e brumosa mattina del gennaio 1980 e io, professore di Educazione Tecnica presso la Scuola Media “Enrico Fermi” di Scandicci, sto accompagnando una classe in visita a non ricordo quale mostra in Palazzo Pitti. Ho radunato i ragazzi in un angolo dell’ampio piazzale e ne sto verificando il numero, che nessuno, per amor del Cielo, si sia perso sull’autobus extraurbano. Dopo poco arriva un’altra scolaresca, guidata da un altro professore. Lo riconosco: Rinaldo, un amico di vecchissima data. Ma che dico amico, ‘fratello’ dovrei dire! Ci conosciamo dai tempi dell’Istituto d’Arte, abbiamo fatto insieme Architettura a Venezia, abbiamo convissuto per anni nelle stesse povere stanze, mangiato insieme in fritole economicissime, abbiamo condiviso appassionate militanze politiche e confidato amori clandestini e segretissimi… Sì, ‘fratello’ è la parola giusta. Mi risveglio dall’intontimento mattutino, allargo le braccia e mi lancio, con un gran sorriso, su di lui: “Rinaldo!” Invece di una persona mi ritrovo ad abbracciare qualcosa di molto rigido e inamovibile, un albero, si sarebbe potuto pensare. Attimi di smarrimento: “Rinaldo! …ma che hai?”

Solo allora mi rendo conto che mi sta fissando con occhi inflessibili e pieni di odio. “Ma che gli ho fatto?”, mi chiedo e, subito, arriva la risposta. “Non sei più mio amico. Hai tradito il Partito, hai tradito i compagni albanesi, ti sei venduto all’Imperialismo”. Mentre parla guardo la scena intorno: due scolaresche rumorose e disordinate di scuole medie di provincia, due professori infreddoliti, uno intabarrato in un grigio cappottino di un taglio da film neorealista, l’altro in jeans consunti ed eskimo. Certo che, se l’Imperialismo ha comprato qualcuno di noi, deve aver pagato ben poco, riesco ancora a pensare. Però è così. Da alcuni mesi, preoccupato dalla deriva in cui erano finiti i gruppi estremisti e dal dilagare del terrorismo, ero uscito dal Partito Comunista d’Italia marxista-leninista (‘linea nera’, per gli esperti) ed ero rientrato, con umiltà, nell’area riformista del Partito di Berlinguer. Inoltre, da un paio di mesi, stavo disegnando il neonato Bobo su “Linus”. Che sia stato questo il legame con l’Imperialismo? A dispetto del direttore di allora, Del Buono, romantico e distorto nostalgico del sogno stalinista, penso proprio di sì.

Tuttavia non voglio ancora credere alle mie orecchie e parto all’attacco. “Che cazzo dici, Rinaldo? Venduto io? E’ una scelta necessaria, rivoluzionaria (all’epoca il mio linguaggio era ancora questo…), siamo finiti su un binario morto, anzi sull’orlo del precipizio! Mica vorrai finire con gli assassini di Moro?” Niente da fare. La sentenza era passata in giudicato: sono un traditore, un miserabile. Immobile come il classico stoccafisso lo guardo allontanarsi da me ed ho la netta sensazione che sarà per sempre. Divisi e lontani per sempre, perduti ognuno nella sua nebbia. Io in quella dei miei occhi, lui in quella delle sue paure. Perché solo la paura di mettere in crisi le sue disperate certezze poteva spiegare quel suo comportamento così disumano.

Rinaldo! Quante volte, negli anni seguenti, ti ho pensato con struggente nostalgia. Quante volte ho riflettuto sulla triste capacità del settarismo politico di trasformare gli uomini, spesso i più fragili, i più appassionati, in mostri. Perché tu quel giorno ti sei trasformato in mostro, soffocando la tua anima generosa che pure ti aveva spinto a quelle nobili e solidali scelte politiche. Come sarebbe stato bello invece, Rinaldo, se quel giorno tu mi avessi chiesto “perché?” Magari urlandomi della testa di cazzo, dell’imbecille, litigando ferocemente per convincerci vicendevolmente della giustezza delle nostre diverse scelte. Invece no. Hai preferito chinare il capo al fanatismo oscurantista, generoso dispensatore di gratificanti e corroboranti certezze.

Ripenso a questa malinconica storia oggi, dopo una telefonata ricevuta ieri sera, poco prima della mezzanotte. Mi ha chiamato un carissimo amico che non vedo da qualche tempo perché è quasi sempre all’estero. Alla risposta riconosco la sua voce e grido con allegria il suo nome, come ho sempre fatto in questi anni. Invece il suo tono è freddissimo e probabilmente (lo penserò poco dopo) mi sta fissando con occhi inflessibili e pieni di odio. “Mi sono fatto mandare”, mi dice, “l’Unità di domenica scorsa e, quindi, solo adesso ho potuto vedere la tua storia sul Beriatravaglio”. Dal tono della voce capisco che non gli dev’essere piaciuta molto. Comunque ci provo: “E cosa ne pensi?” “E’ una pagina miserabile, di una volgarità immensa. Anche tu, come Sofri, sei ormai passato a libro paga di Ferrara e Berlusconi. Mi fate schifo. Spero di non sentirti mai più”. Un altro amico che se ne va per sempre, penso con dolore. Inutile tentare, ovviamente,di chiedere o dare spiegazioni. Inutile sperare in un (come si dice) ‘franco colloquio’: la sentenza è stata emessa ed è, come sempre, inappellabile. E come nell’ultimo atto dell’Aida risuona nel mio cuore la parola: traditore. E senza orchestra, per giunta. Che sia questa la vignetta mancante dalla tavola di domenica?

Non lo so, ma non riesco a non pensare questo mio amico anche lui con il suo bel Beriatravaglio appollaiato sulla spalla. Per questo, nonostante le molte lettere che dissentono e mi contestano, sono contento di aver disegnato quella pagina. Chiedo scusa a chi, a mio avviso erroneamente, si è sentito gratuitamente offeso ma rivendico tutta la validità delle problematiche sollevate da quel mio lavoro. E chi, come Diego Novelli, liquida il tutto come un mio servile omaggio al “venerabile” Sofri, si sbaglia di grosso: io, purtroppo, non ho mai fatto parte di Lotta Continua. Quello strano animaletto se si ferma sulla spalla di un compagno angosciato in cerca di indubitabili sicurezze e con vocazione al massimalismo (com’è a volte per l’appunto il mio amico), lo può trasformare in un mostro. Un mostro rancoroso e senza dubbi (certo, altrimenti che mostro sarebbe) pronto a vedere in ognuno un traditore, una spia, un nonfigliodimaria. Amici fraterni compresi. Ma spero di sbagliarmi. Spero che non succeda come ventisei anni fa. Spero che ora mi squilli il telefono e sia lui che mi chiama e mi dice: “Sergio, che stronzata che hai fatto! Una vera stronzata. Comunque, parliamone.” Questo sì che sarebbe essere di sinistra.


Caro Sergio,

Ti mando queste poche righe, benché sia passato un po’ di tempo dalla polemica scoppiata su “L’Unità” a proposito del tuo “Beriatravaglio”, per esprimerti la mia solidarietà e la mia piena condivisione delle posizioni da te espresse.

Merita tornarci sopra, a quella polemica, a parer mio, perché toccava due argomenti di grande importanza, da una parte l’indulto – elemento scatenante di una serie di attacchi durissimi alla maggioranza governativa, di cui Travaglio (insieme a Di Pietro) è stato la punta di diamante -, dall’altra il tipo di rapporto che deve esserci fra persone, che appartengano o meno allo stesso schieramento.

Sull’indulto - ripeto argomenti che altri ha messo in chiaro meglio di me - sarebbe importante rileggere la Costituzione per riscoprire il ruolo del carcere in un Paese di consolidata civiltà giuridica,riscoprendo quindi Beccaria, ed il suo “Dei delitti e delle pene”.

Si avrebbe chiaro, allora, che la priorità assoluta era, nella situazione attuale, rendere il carcere più vivibile, in modo che fosse non strumento di tortura ma luogo per una pena adeguata (in grado anche di avviare processi di reinserimento sociale).

In questa prospettiva, l’indulto diviene il primo passo di un lungo percorso, che porti a superare

le condizioni insostenibili attuali: una misura di civiltà, dunque.

Il secondo punto riguarda la cultura (?) del sospetto e del tradimento, che tanti danni ha fatto in passato anche a sinistra (McCarthy e Beria costituiscono due punti di riferimento “storici”, a destra ed a manca) e che continua ad operare anche oggi, come hai messo benissimo in luce nel tuo racconto/testimonianza “Confessioni di un traditore”.

Inquesta prospettiva faranno pochissima strada il rinnovamento della politica, che pure è estremamente necessario, e l’Unione stessa, che invece di uno schieramento di diversi convergenti su alcuni obiettivi condivisi rischia di divenire un assembramento, evidentemente di breve durata, di potenziali traditori.

Per quanto mi riguarda, ti assicuro che, se mi capiterà di non condividere una tua opinione, alzerò, come tu suggerisci, la cornetta del telefono e ti dirò “Hai detto una stronzata. Discutiamone”.

E tu ti comporterai sicuramente nello stesso modo nei miei confronti.

Cordialmente.

Eros Cruccolini 25/8/2006