Per una nuova cultura della sinistra: quali forme di azione politica a livello locale in risposta alle sfide della società globale

 

Il contesto

I profondi e accelerati mutamenti sociali che hanno investito il globo negli ultimi decenni impongono una seria, quanto rapida riflessione sul significato della politica, ed in particolare della democrazia: uno sforzo di riformulazione critica dei suoi concetti e delle sue pratiche. Per affrontare un simile progetto di rivitalizzazione della democrazia è necessario sapere prendere le distanze da vecchi schemi, concetti e convinzioni; ciò richiede da parte nostra di sapersi aprire alla critica e all’autocritica, nonché ad una certa dose di radicalità.

La radicalità nel pensare il “dover essere” deve legarsi ad una visione realista dell’esistente, fare i conti con una realtà sociale estremamente complessa e sfuggevole.

Il processo di globalizzazione, è stato detto, si lega ad una fine delle ideologie, e addirittura alla fine della storia, che lascerebbe posto all’unica alternativa rimasta presente: un mondo unito sotto le insegne della democrazia e del libero mercato. Quanto tale immagine sia falsa è sotto gli occhi di tutti: il neo-liberismo globale, lungi dal garantire una società  finalmente prospera e pacificata, sta portando ad uno scenario di guerra globale, di esasperazione delle disuguaglianze economiche, sia tra paesi che all’interno delle singole società (anche quelle occidentali).
La realtà dimostra un fatto incontrovertibile: quello che si vuole spacciare come il trionfo della democrazia è in realtà l’esatto contrario: è l’abdicazione della politica nei confronti di un mercato globale dominato dalle grandi corporations e multinazionali, che, con il sostegno di organizzazioni governative transnazionali, si vuole sempre più libero nei confronti di ogni controllo e legittimazione democratica.

I governi nazionali sono costretti a piegarsi agli imperativi dell’economia globale, con scelte che si riflettono nella vita degli individui sottoforma di precarizzazione del lavoro, di smantellamento dei servizi sociali, di esposizione ai rischi ambientali.

Si afferma una  tendenza comune ad un impoverimento generale della popolazione, che tocca anche le cosiddette “classi medie”; le classi sociali più svantaggiate subiscono un vero e proprio processo di esclusione sociale, con l’arretramento delle fondamentali conquiste sociali frutto delle battaglie sindacali e politiche della seconda metà del secolo scorso, tutto ciò mentre la ricchezza si accumula sempre più nelle mani di una ristretta elite.

La struttura di classe si frammenta: avere un lavoro non è più condizione sufficiente per vivere dignitosamente, la diffusione del lavoro atipico e la diffusa precarietà determinano uno scenario estremamente eterogeneo, la cui conseguenza è l’incapacità da parte dei lavoratori di sviluppare forme di azione collettiva: l’insicurezza colpisce tutti, ma è vissuta come un destino individuale. Il conflitto sociale fatica a trovare sbocchi sul piano politico, attraverso le battaglie democratiche, e finisce per esprimersi in azioni isolate ed inefficaci.

L’ingiustizia, la precarietà, l’insicurezza nei confronti del futuro, se non vengono vissute come un problema collettivo, da risolvere con gli strumenti della democrazia, sono il terreno di coltura della violenza, del razzismo, della disintegrazione sociale, fenomeni che si esprimono a livello globale con le guerre, i conflitti etnici, il terrorismo, a livello locale con l’avanzare dei movimenti xenofobi, con il diffondersi di forme di azione violenta, a cui dobbiamo rispondere promuovendo azioni democratiche e non-violente, ma capaci di offrire una risposta concreta.

Il trionfo della “legge della giungla” liberista, in cui ogni principio e valore è piegato alla logica del profitto economico, è l’affermazione di una visione strumentale dell’uomo, ma anche della natura: inquinamento, deforestazione, sfruttamento senza scrupoli delle risorse ambientali, stanno conducendo ad una crisi ambientale di dimensioni incontrollabili, evidenziando già da tempo la necessità urgente di ripensare il nostro rapporto con la natura, mettendo in discussione gli imperativi della crescita e dello sviluppo, per riformularli su altre basi.

La drammaticità dello scenario impone una riaffermazione del valore della democrazia, come presupposto essenziale per gestire a livello locale, come a livello globale, le sfide che ci troviamo a dovere affrontare. Ma la democrazia è un’altra vittima della globalizzazione neoliberista; la cittadinanza rischia sempre più di ridursi ad un concetto formale, venendone a cadere il suo aspetto sostanziale: una reale capacità da parte degli individui di decidere il proprio destino.

Gli individui sono sempre meno definiti come cittadini e sempre più come consumatori di merci, di prodotti culturali, dei mezzi di informazione.

Questo fenomeno pare ad oggi inarrestabile, e si concretizza come un processo globale, che si impone in tutte le società senza una reale capacità da parte dei singoli stati di incidervi, e, quello che è più preoccupante, indifferentemente al colore dei governi.

Questo è uno dei primi problemi da risolvere: la politica è in ritardo rispetto ad un processo che nei fatti ha già spostato le sedi decisionali in altri luoghi, quali l’economia globale, in cui non esistono istituzioni democratiche rappresentative, consentendo all’economia capitalista di imporre i suoi imperativi senza che i cittadini possano esprimere la propria voce.

La realtà è che il neo liberismo, il “pensiero unico globale” non è che l’ultima grande ideologia, ma con la differenza che si vuole imporre come un destino oggettivo.  Si tratta di un’ideologia senza ideali, con una fede cieca e assoluta nei confronti del mercato, l’unico idolo rimasto, nel nome del quale si sacrificano le persone e l’ambiente.

I primi a fare le spese di questa ideologia trionfante (dopo naturalmente la maggioranza delle donne e degli uomini del pianeta), sono i partiti di sinistra. Se da parte della destra si afferma una visione minimale della democrazia ed un ruolo centrale del mercato, infatti, la sinistra si ritrova a dovere accettare passivamente un modello politico, sociale e culturale che le è estraneo, in alcuni casi rifugiandosi dietro ad una “terza via” che, di fatto, abbandona la via dell’alternativa per ritrovarsi ad assomigliare troppo alla “prima via”, quella liberista.

Quale può dunque essere una reale alternativa di sinistra al trionfo della globalizzazione liberista?

Quale un progetto politico che contrasti la drammatica crisi democratica che stiamo attraversando?

Come riaffermare gli ideali ed i principi storici della sinistra adattandoli ad una società che si sta radicalmente trasformando?

È necessario declinare un nuovo lessico politico, ripensare i concetti e le pratiche della democrazia, in riferimento ad un contesto mutato: cambiano gli spazi della politica, cambiano i contenuti, cambiano gli attori protagonisti.

Gli spazi della politica: dallo stato-nazione all’asse locale-globale

Lo stato nazionale è stato il contenitore in cui storicamente si è sviluppata la democrazia moderna: non solo, tra i due vi è stata una sorta di alleanza, che, pur mostrando dall’inizio le proprie contraddizioni, ha retto fino al secondo dopoguerra.

La globalizzazione ha indebolito i sistemi sociali relativamente unitari e coesi che erano gli stati nazionali, definiti per la coincidenza di un territorio, un sistema politico, un’economia nazionale, una cultura nazionale.

L’economia è oggi capace di scavalcare le frontiere, così come la cultura, pur se innescando una dialettica tra omogeneizzazione e affermazione dei particolarismi. I confini restano invece per la democrazia, che continua a esistere quasi solo esclusivamente come democrazia nazionale.

Conseguenza di questa sfasatura è che i processi decisionali si spostano a livello globale, o quanto meno transnazionale e macro-regionale, scavalcando il livello statale, che è la sede delle istituzioni democratiche rappresentative.

Da un lato le decisioni reali riguardanti la vita di tutti i cittadini vengono condotte in maniera non democratica, dall’altra il processo democratico che si svolge nei singoli stati, mentre questi vedono progressivamente erodersi la propria sovranità effettiva, si svuota di significato, contribuendo a delegittimare la politica e a spingere i cittadini all’apatia e all’indifferenza.

Ma non sono solo i confini geografici che vengono sfumati: sono gli stessi confini che delimitano la politica rispetto alle altre aree della vita sociale che si dissolvono, lasciando campo all’incertezza e all’ambiguità. Il primo confine che salta è quello che separa la politica dalla scienza e dalla tecnica: lo sviluppo delle nuove tecnologie, le innovazioni scientifiche, le decisioni riguardanti l’utilizzo di nuovi materiali e nuove forme di energia hanno in sé un evidente significato politico, ma avvengono sottoforma di scelta tecnico-scientifica, ed in quanto tali al di fuori di qualsiasi meccanismo di controllo democratico e di coinvolgimento dei cittadini.

Un altro confine che non è più netto è quello che divide la sfera pubblica (ambito della politica) da quello privato (non-politica). Le scelte che caratterizzano la vita privata, a partire dal proprio stile di vita o dalle proprie scelte di consumo, hanno un profondo significato politico, connettendo il livello più micro, quello individuale, con quello più macro, riguardante le questioni globali.

Si può arrivare a sostenere che viene a cadere anche l’ultimo confine rimasto, quello tra mondo umano e mondo naturale, dal momento che la stessa natura non è più qualcosa di fisso ed immutabile, estraneo quindi alle decisioni politiche, ma è profondamente alterata dall’azione umana, sottoforma di rischi ambientali e di crisi ecologiche.

Se la globalizzazione significa interdipendenza e dissolvimento dei confini, è evidente come la soluzione alla crisi democratica non può essere ricercata solo nel rafforzamento dello stato.

Con gli anni è emersa la consapevolezza che le risposte non possono essere ricercate nel passato, poiché la globalizzazione è un processo irreversibile, ma che la strada da seguire è quella della costruzione di un nuovo modello di democrazia per una nuova società. Ciò significa battersi per una globalizzazione alternativa a quella neoliberista. In Francia il movimento, da noi chiamato “no global”, o più correttamente “new global”, è definito “altromondista”, in omaggio all’idea che “un altro mondo è possibile”. Si tratta forse della definizione più corretta.

I contenuti della politica

Dietro la maschera ideologica della depoliticizzazione, avviene in realtà un fenomeno completamente opposto: una politicizzazione della società, se non addirittura una politicizzazione della natura stessa.

In prospettiva di una riaffermazione della democrazia è dunque necessario tenere conto che non è sufficiente affermare la democrazia nella sfera politica: una società realmente democratica è quella società in cui ogni ambito della vita sociale è orientato da principi democratici.

Si tratta di perseguire una estensione della democrazia all’economia, alla scienza e alla tecnica, alla sfera del consumo. La situazione attuale vede un forte arretramento delle conquiste democratiche nella sfera politica, ma una riaffermazione della democrazia nella sola sfera politica, pur essendo un obiettivo fondamentale, non è sufficiente,  fino a quando una società non saranno  democratizzate  tutte le sfere sociali, e un ampio spettro di decisioni aventi conseguenze di impatto collettivo saranno escluse dall’applicazione dei principi democratici Questo in particolare nella società globale, in cui i confini si dissolvono. La democrazia dello stato-nazionale si è affermata e sviluppata sempre come una democrazia “dimezzata”: l’universalismo dei principi democratici si è poggiato sul particolarismo dell’appartenenza nazionale, la democratizzazione della sfera politica è stata accompagnata dallo sviluppo di un sistema economico solo in parte toccato da reali forme di democratizzazione, la democrazia nazionale, infine, si è legata al mantenimento di un ordine internazionale in cui anche l’istituzione dell’ONU e la “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” non hanno che in minima parte mutato un sistema di relazioni internazionali non democratico, ma in definitiva basato sul principio dell’effettività del potere.

Il dissolvimento dei confini, di tutti i confini, ha oggi reso superato tale modello di democrazia dimezzata, lasciando aperte due possibilità: o l’abbandono definitivo del progetto democratico moderno o una sua affermazione completa. La storia degli ultimi anni sta purtroppo mostrando che il primo scenario è più vicino, con gli ultimi eventi che segnalano l’emergere di una unica superpotenza mondiale che persegue una politica di potenza, un’Europa spaccata e incapace di incidere sugli equilibri mondiali, e l’unica istituzione sopranazionale dotata di un potenziale democratico (l’ONU) in fase di progressiva delegittimazione, alla quale si cerca di rispondere con varie proposte di riforma.

Sul futuro delle Nazioni Unite, ed in generale sulle prospettive democratiche della società globale, l’Unione Europea può avere un ruolo determinante, come promotrice di una globalizzazione alternativa, che ponga la pace come un valore assoluto, contrastando l’attuale scenario di guerra infinita, che affermi l’interculturalità come una ricchezza, opponendosi alla logica dello scontro di civiltà, che sostenga una politica di giustizia e di sostenibilità, che riaffermi con forza i diritti, laddove la globalizzazione neoliberista trasforma anche le risorse naturali in merce (esemplare è la questione dell’acqua).

L’Europa può e deve farlo per la sua storia, per i suoi principi, per la sua stessa identità.

Un’Europa unita e compatta avrebbe la forza per incidere profondamente nelle dinamiche globali, ma l’Europa attuale, integrata economicamente, è ancora lontana dal raggiungere una reale integrazione politica, è ancora alla ricerca di una propria identità, è attraversata da profonde divisioni su questioni vitali, come è evidente a proposito della guerra, che sta ormai entrando a fare parte della nostra quotidianità.

Le questioni riguardanti il futuro dell’Europa devono essere centrali nell’elaborazione politica dei partiti di sinistra. Tra le grandi visioni ispiratrici di una nuova politica di sinistra, deve avere uno spazio centrale il progetto di costruzione di una Europa democratica, portatrice dei valori della pace, del dialogo interculturale, della giustizia globale,

Se l’Unione Europea riuscirà ad incidere nel sistema internazionale, a partire da una riforma democratica dell’Onu, in direzione di una globalizzazione dei diritti, potrà essere una fondamentale alleata dell’unica alternativa possibile: una strategia di “globalizzazione dal basso”, che parta dall’azione politica a livello locale.

Gli attori della politica

Se le istituzioni democratiche esistenti, vale a dire principalmente le istituzioni statali, stanno subendo un progressivo, quanto ineluttabile processo di erosione in termini di potere reale e di legittimazione, è inevitabile che gli attori della politica tradizionale incontrino difficoltà.

È quanto sta accadendo ormai da anni ai partiti, in particolare a quelli di sinistra.

Questi hanno visto indebolirsi la propria base sociale di riferimento, con il ridimensionamento della classe operaia che ha seguito il processo di terziarizzazione, ma non è solo questo il motivo della crisi dei partiti socialisti e socialdemocratici occidentali: il diffondersi della precarietà, l’incertezza nei confronti del futuro, il taglio dello stato sociale, sono imposti dal sistema economico globale, che pone forti limiti e preindirizza l’azione politica dei governi, qualunque sia il loro colore politico. La globalizzazione neoliberista mette in crisi l’identità dei partiti di sinistra, che appaiono incapaci di rispondere alle domande del proprio elettorato tradizionale, in quanto non rispettare gli imperativi del capitale globale comporterebbe conseguenze ancora più gravi. Ecco allora che i partiti di sinistra adottano politiche che si rivolgono ai cosiddetti “ceti medi”, con evidenti spostamenti verso il centro, e dove sono al governo adottano politiche moderate. Nel frattempo gli strati sociali più svantaggiati, impauriti dall’impoverimento, dalla precarietà e dall’insicurezza che li attanaglia, trovano facili risposte nelle sirene del populismo e della destra xenofoba, che trova negli immigrati uno spauracchio.

Un’importante parte della partecipazione che non trova espressione nei canali tradizionali si riversa allora in forme alternative, nell’associazionismo, nei movimenti, nella società civile.

Ma i movimenti non esprimono solo malcontento nei confronti dei partiti: danno vita a tipologie di azione politica che, nelle mutate condizioni sociali, non riescono a trovare altra forma.

L’azione politica dei movimenti ha la capacità, che non hanno oggi i partiti, di muoversi sull’asse globale-locale. Ciò costituisce una risorsa essenziale per la vita democratica, dal momento che, se a livello nazionale le istituzioni democratiche risultano indebolite e delegittimate, a livello globale non esistono istituzioni democratiche tradizionali.

Anche se insufficienti, al fine di contrastare la deriva antidemocratica globale, le rivendicazioni democratiche espresse dai movimenti transnazionali rappresentano il più importante contrappeso all’azione non democratica del capitale globale e dei vari WTO, FMI, Banca Mondiale, ecc.

Lavorando sui temi dei diritti umani, della giustizia globale, della sostenibilità, della pace, della convivenza interculturale, i movimenti rappresentano una risorsa democratica insostituibile, agendo a livello di opinione pubblica.

Questi attori non detengono potere politico, ma hanno un’altra risorsa, il potere comunicativo, che si esprime nella controinformazione, che agisce al livello della cultura politica, contribuendo a cambiare il discorso politico dominante.

Nella società globalizzata assume un ruolo centrale la dimensione della cultura: lo sanno bene gli attori del neoliberismo globale, che controllano la cultura di massa e l’informazione, che impongono modelli culturali orientati al consumo, nel nome dell’evasione da qualunque forma di responsabilità sociale e di impegno collettivo, coltivando un individualismo  sfrenato ed egoistico.

L’azione nella società civile contribuisce a contrastare l’ideologia del pensiero unico, proponendo discorsi politici e modelli di vita alternativi, che sottolineano i valori della libertà e dell’uguaglianza, della solidarietà e della pace, dell’equità e della giustizia, della sostenibilità ambientale e sociale, del dialogo interculturale e interreligioso.

Le associazioni e i movimenti che operano nella società civile, nazionale e transnazionale, devono essere considerati a pieno titolo attori fondamentali della politica, che non può più essere considerata un monopolio dei partiti politici.

Il riconoscimento della centralità della società civile come dimensione dell’azione politica non deve naturalmente condurre, come troppo spesso viene fatto, a sancire il superamento dei partiti politici: si tratta di due forme e di due canali diversi attraverso i quali si esprime la democrazia. Gli attori politici operanti nella società civile si esprimono a livello di opinione pubblica, (ma anche attraverso il coinvolgimento in processi deliberativi), mentre i partiti politici rimangono il principale soggetto politico capace di esprimere nelle arene istituzionali le domande espresse dalla cittadinanza.

Si tratta di due forme di azione politica diverse, ma necessariamente complementari: la prima si muove al di fuori delle istituzioni, la seconda attraverso il coinvolgimento nelle istituzioni. Entrambi i soggetti non devono però limitare la loro sfera di azione, estendendo il loro raggio di azione in entrambi i campi, in una logica di cooperazione e di complementarietà.

I partiti di sinistra devono recepire con coraggio i valori della “nuova sinistra”, valori che si rifanno alla pace, alla convivenza interculturale, alla sostenibilità sociale e ambientale, riformulando i valori ed i principi tradizionali della sinistra, come l’uguaglianza, nel contesto del mutamento valoriale promosso dalla globalizzazione.

Un modello di trasformazione della politica

Recepire la quantità di stimoli e di sfide che pone un’analisi del mutamento sociale-politico-culturale come sopra proposta, significa progettare una teoria ed una prassi democratica completamente rivoluzionata.

Un’ultima, ma non meno importante questione da affrontare, riguarda la stessa visione di processo democratico che sosteniamo: come intendiamo la democrazia? In chiave liberale, come un meccanismo di aggregazione delle domande e degli interessi individuali? O ne diamo una lettura più vicina alla teoria repubblicana, che vede nella partecipazione attiva dei cittadini al processo decisionale una componente essenziale di una democrazia sostanziale?

La democrazia si esprime essenzialmente nella scelta dei rappresentanti o implica un esercizio continuo della cittadinanza in nome del principio dell’autogoverno?

Tale questione non è puramente accademica: in una società plurale e complessa, come è la società contemporanea, in cui le questioni fondamentali riguardanti la vita dei cittadini non sono affrontabili solo a livello statale, ma lungo l’asse locale-globale, la democrazia non può esaurirsi con i meccanismi tradizionali di rappresentanza nelle istituzioni. A livello globale neanche esistono istituzioni democratico-rappresentative!

Una democratizzazione della società richiede una nuova concezione della democrazia, che attribuisce alla partecipazione attiva dei cittadini e all’azione politica nella società civile un ruolo importante.

Nella prospettiva di una rivitalizzazione della democrazia deve rivestire una posizione centrale la riflessione sulle forme di democrazia diretta, che può assumere la forma di democrazia partecipata, o di democrazia deliberativa.

La democrazia partecipata si deve affiancare ed integrare ai meccanismi più tradizionali di partecipazione democratica, rafforzando il contenuto sostantivo dell’ideale democratico.

Dietro l’affermazione di queste nuove forme democratiche vi è una diversa concezione della  democrazia, nonché della cittadinanza, che sottolinea l’importanza della comunità e denota una concezione sociale dell’individuo, opposta a quella iperindividualista del modello liberale, in particolare nella sua variante liberista.

Ciò che sottostà all’affermazione del valore della partecipazione diretta in forme di democrazia deliberativa è il principio per cui gli individui non partecipano al gioco democratico portandovi valori e interessi prefissati, che possono solo negoziare e trovare un compromesso, ma al contrario, che è nel confronto e nel dialogo che è possibile sviluppare valori e interessi collettivi.

Le arene deliberative permettono ai cittadini di conoscersi, di ampliare i propri punti di vista, modificando vicendevolmente le proprie posizioni. Ciò naturalmente non significa credere nella possibilità di raggiungere sempre e comunque il consenso, principio ideale che molto difficilmente è verificabile in una società plurale. Si tratta comunque di un arricchimento reciproco, che può unire gli interessi particolari al  perseguimento di un bene comune. Il beneficio di un simile modus operandi è evidente quando l’argomento  trattato ha a che fare con le tematiche ambientali dello sviluppo, della convivenza interculturale, tutti temi che difficilmente si prestano ad essere trattati con gli strumenti democratici classici. Si tratta di questioni che pongono in collegamento diretto la politica locale con le grandi tematiche globali, in cui le dinamiche politiche si intrecciano in maniera indissolubile con i discorsi culturali, in cui infine gli stili di vita individuali si legano alle macro questioni che toccano tutti gli abitanti del pianeta.

I processi decisionali su simili questioni, assolutamente centrali, non possono essere limitati all’interno delle istituzioni democratiche rappresentative degli stati, richiedendo formule democratiche che sappiano eludere i confini statali, e, che, soprattutto, si aprano alla partecipazione di una pluralità di soggetti, di voci e di culture diverse, dai movimenti ai singoli cittadini, su una linea di congiunzione dal livello locale a quello globale.

Le istituzioni democratiche attuali non sono capaci di gestire una società altamente complessa e plurale: i cittadini con meno risorse non riescono a esprimere la propria voce e non sono rappresentati nelle arene istituzionali, in cui finiscono per affermarsi sempre più gli interessi di pochi a scapito di una maggioranza dei cittadini del mondo ridotta al silenzio.

Una democrazia che esclude le minoranze etniche, le culture minoritarie, le classi sociali economicamente più deboli, tradisce i propri ideali, trasformandosi in oligarchia.

Crisi della democrazia, aumento delle ingiustizie sociali, chiusura del dialogo tra culture diverse, si legano ad un preoccupante “disordine globale”, in cui dominano i grandi interessi economici e prende forma una vera e propria politica imperialista da parte dell’unica superpotenza politica e militare rimasta, gli Stati Uniti.

Si tratta di un percorso che sta conducendo ad un pericoloso inasprimento della violenza, che si esprime nella guerra e nel terrorismo, rischiando di portare l’umanità ad una strada senza ritorno.

Involuzione democratica e aumento del conflitto sono due facce della stessa medaglia: alla guerra e al fondamentalismo si risponde con più democrazia e più giustizia.

In questa ottica, il progetto di nuove forme di democrazia, aperte all’inclusione di tutte le voci e volte alla promozione del dialogo, può essere una risposta importante al dilagare della violenza.

Una vera democrazia sa aprirsi al conflitto, non solo gestendolo in maniera tale che non degeneri in violenza, ma riuscendo in molti casi a valorizzarlo come fonte di mutamento sociale. In un contesto di confronto e di apertura, la diversità e il conflitto sono un arricchimento, non un ostacolo da superare.

Impegnarsi in una trasformazione della democrazia orientata all’apertura, al dialogo, al confronto, al perseguimento della giustizia, significa attuare una politica di pace e di non-violenza, laddove la violenza è il frutto della chiusura, dell’esclusione, dell’ingiustizia.

Questo è valido a livello globale come a livello locale, di città, di quartiere. Anche dalla dimensione più piccola infatti può partire una politica di pace, a partire dalla gestione concreta della quotidianità.

 Un nuovo modello di governo locale

Come scendere dal piano teorico al livello dell’azione politica pratica?

Il governo locale, secondo la concezione classica della democrazia, agisce all’interno dello stato nazionale, con cui mantiene un rapporto verticale-gerarchico, agendo in prima istanza con un ruolo di amministratore.

Con le trasformazioni indotte dal processo di globalizzazione il significato ed il ruolo del governo locale si trasformano: al rapporto verticale con lo stato si affiancano una pluralità di relazioni, sia verticali (le amministrazioni delle città e delle regioni europee agiscono in stretto rapporto con le istituzioni europee, spesso scavalcando il livello statale), ma anche orizzontali (con le altre città e regioni del mondo, con la società civile locale e globale, con gli organismi internazionali).

I governi locali non sono più coloro che amministrano le risorse provenienti dallo stato, agendo da gestori dei servizi, ma sono chiamati in prima persona a garantire i servizi sociali, a pianificare lo sviluppo locale, in una logica di competizione tra città e regioni; sono anche coloro che sono chiamati a rispondere della qualità della vita dei cittadini, in relazione alla salute, all’ambiente, alla cultura.

Il livello di governo locale è infine la dimensione in cui le grandi tematiche globali si riflettono sulla vita quotidiana dei cittadini, pur costituendo questioni non gestibili esclusivamente localmente. L’interdipendenza locale-globale non è solo uno slogan della globalizzazione, ma una realtà concreta, sotto gli occhi di tutti.

Ma il governo delle città è anche quello che meglio può rispondere all’esigenza di partecipazione che non trova espressione a livello statale, in quanto livello più vicino alle esigenze reali della cittadinanza.

Per tutto ciò le città possono e devono essere un laboratorio in cui sperimentare nuove formule democratiche, che superino i vecchi schemi e le vecchie pratiche, seguendo il principio per cui la città è inserita in uno stato, in Europa, nel sistema globale, attraverso una fitta rete di interrelazioni che la pongono in contatto diretto con tutte queste dimensioni, fino al legame più diretto, quello tra singolo cittadino e globo.

Il soggetto politico che più può contribuire ad affermare la centralità del governo locale è lo stesso soggetto che sbrigativamente viene da più parti considerato obsoleto e legato a un contesto superato: il partito politico. I partiti sono infatti i soggetti più radicati nel territorio, e quindi coloro che hanno delle risorse preziose per riaffermare la centralità della partecipazione democratica. Questo può avvenire a patto che i partiti si sappiano aprire ad una nuova concezione della democrazia, che recepiscano la sfida posta delle nuove condizioni impresse dalla globalizzazione, che sappiano aprirsi al coinvolgimento di nuovi attori politici, che sappiano in definitiva accettare la perdita da parte loro del monopolio della politica, che può e deve trovare nuove forme e nuovi contenuti, e quindi nuovi soggetti. Rinunciare alla pretesa del monopolio della politica, in maniera solo apparentemente paradossale, non significa una perdita di importanza dei partiti, ma in realtà una riaffermazione del proprio ruolo, in un contesto mutato, che richiede ai partiti nuove funzioni, così come nuove funzioni sono richieste ai governi locali. Questi devono essere ulteriormente rafforzati, proseguendo il processo di riforme che già ha attribuito maggiore autonomia alle amministrazioni locali. La spinta verso un maggiore decentramento deve legarsi ad un rinnovata riflessione sulle municipalità, in un’ottica di città metropolitana.

Il cambiamento di prospettiva nel ruolo delle amministrazioni locali si ha con il passaggio dal concetto di “government” a quello di “governance”, a significare il passaggio da un ruolo gerarchico dell’amministrazione nel prendere le decisioni ad una nuova modalità, che sottolinea e valorizza i legami orizzontali tra governo, parti economiche, associazioni, movimenti e cittadini nel affrontare il processo decisionale.

Con l’affermazione di questo nuova paradigma di sviluppo il governo locale abbandona il ruolo di decisore  per diventare “regista” di un processo decisionale allargato, con il coinvolgimento di una pluralità di attori. L’apertura e la trasparenza del processo decisionale, permettono l’inclusione di soggetti e di posizioni che altrimenti resterebbero escluse, favorisce l’allargamento della discussione e il coinvolgimento di una pluralità di livelli di analisi.

Il livello della politica locale assume un significato strategico per lo sviluppo del territorio, per il futuro della città nella rete globale, per la qualità della vita, per le politiche sociali, e il successo di un governo locale dipende dalla sua capacità di promuovere e gestire azioni negoziate tra gli attori locali, nazionali e sopranazionali. È  nella dimensione locale che i rischi e le opportunità generati dalla globalizzazione si esprimono direttamente, scavalcando in buona parte le frontiere nazionali e le possibilità di controllo dello stato. È qui che si svolge un ruolo centrale riguardo a questioni fondamentali come l’occupazione e l’accesso ai beni fondamentali da parte della cittadinanza. Il contesto globale, mentre tende a dissolvere la sovranità statale, attribuisce una rinnovata importanza alle società locali. La garanzia dell’accesso ai servizi a tutti i cittadini, la promozione di politiche miranti a contrastare l’erosione dei diritti sociali, la battaglia contro l’impoverimento e la marginalità di una parte dei cittadini dipendono dalla capacità dei governi locali di svolgere il proprio ruolo di “regista”.

Lo sviluppo della governance(1)può essere una risposta alla crisi delle istituzioni democratiche rappresentative e alle forme di rappresentanza politica tradizionali, ma anche uno strumento per promuovere uno sviluppo locale sostenibile, in un ottica di promozione del coinvolgimento di una pluralità di attori presenti sul territorio: lo sviluppo di network orizzontali può generare reti di fiducia e quindi capitale sociale.

Il capitale sociale prodotto può costituire una base essenziale per garantire quella integrazione sociale indispensabile affinché la democrazia possa funzionare, favorendo una riformulazione dei concetti di partecipazione e di legittimazione democratica, ed infine la stessa definizione di cittadinanza

 Lo sviluppo di questo modello può essere interpretato come una trasformazione della partecipazione piuttosto che semplicemente come una crisi della partecipazione, per cui la definizione della partecipazione politica non si basa più esclusivamente sulla capacità dell’elettore di influire sull’eletto, ma è relativa alla capacità di inserirsi in un processo decisionale aperto.

I partiti politici, agendo sia fuori che dentro le istituzioni, hanno l’importante compito di favorire la sperimentazione di simili pratiche.

Già esistono una serie di esperienze concrete che mostrano le potenzialità democratiche del livello locale, quando le tradizionali forme di governo vengono affiancate da inediti meccanismi partecipatori.

Ne sono un esempio i piani strategici, i piani territoriali, i forum cittadini e di quartiere, le esperienze di bilancio partecipato, ecc.

Il principio che accomuna tutte queste esperienze è il necessario coinvolgimento di tutti i soggetti che sono coinvolti nel processo decisionale: la partecipazione diretta, mirante a favorire il dialogo, il confronto e l’arricchimento reciproco, si affianca al tradizionale meccanismo della rappresentanza, senza ovviamente sostituirlo.

Aprire la strada a processi decisionale aperti e partecipati non significa infatti inseguire utopistici ideali di autogoverno, come alternativa alla democrazia rappresentativa: le forme di democrazia diretta si possono integrare con i meccanismi rappresentativi tradizionali, che ne verrebbero al contrario arricchiti.

Al termine del processo deliberativo, è comunque l’amministrazione che si assume la responsabilità della decisione, ma attraverso un percorso profondamente rinnovato.

In questa prospettiva di allargamento degli spazi democratici, il governo locale si trasforma in uno degli ambiti della “governance multi-level”, che vede interagire l’ambito della governance locale con quella nazionale, quella europea, quella globale. Questi ambiti non sono legati tra loro da un principio gerarchico, ma di cooperazione orizzontale: ogni questione dovrà essere affrontata nell’ambito più indicato, mantenendo un costante scambio e una interdipendenza che permette scambi e cooperazione. I movimenti possono costituire i soggetti più indicati per favorire questo continuo scambio e contaminazione.

I principi espressi dalla “carta del nuovo municipio” rappresentano al meglio lo sviluppo di queste nuove pratiche democratiche, affermando la centralità del governo locale in senso partecipativo, non solo come strumento di promozione dello sviluppo in un’ottica di concorrenza globale, ma come strumento di promozione dell’inclusione sociale, di sviluppo della solidarietà, del riconoscimento dei diritti, dell’equità,  della sostenibilità e del rispetto dell’ambiente.

L’affiancamento della logica della concertazione orientata allo sviluppo economico con l’esperienza nascente dei forum locali, può preludere al passaggio da una tradizione di partecipazione ristretta ad una partecipazione più estesa nella progettazione di un futuro condiviso. La cooperazione orizzontale tra le città che recepiscono questo nuovo modello può dare forma ad una reale “globalizzazione dal basso”.

Uno degli esempi più significativi dell’applicazione del principio “glocal” può essere l’adesione degli enti locali all’”Agenda 21”, una carta approvata dalla conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo, nel 1992 a Rio De Janeiro. “Agenda 21” contiene principi riguardanti lo sviluppo sostenibile, l’equità sociale, la cooperazione tra gli stati, le regioni, gli individui del mondo, la partecipazione responsabile dei cittadini. Questi principi sono stati recepiti in Europa con la conferenza di Aalborg, Danimarca, 27 Maggio 1994, in cui è stata approvata una “Carta della città europee per uno sviluppo durevole e sostenibile”. La carta è stata inizialmente firmata da 80 amministrazioni locali europee, oltre che da rappresentanti di organismi internazionali e di governi nazionali.

Nella Carta di Aalborg, così come in Agenda 21, viene dichiarato il valore della partecipazione e della negoziazione, del coinvolgimento attivo della comunità nella gestione della città. Viene affermata l’importanza del concetto di rete, sia tra i diversi soggetti della società civile e le istituzioni locali, che tra queste, anche in un’ottica sovranazionale.

La Toscana può costituire  in questo senso un interessante laboratorio per lo sviluppo di una nuova democrazia: l’adesione ai principi dell’Agenda 21 e i progetti aperti promossi per concretizzare i principi da questa espressi nella pratica di governo e la sperimentazione dei forum cittadini e di quartiere indicano la strada di un possibile allargamento della governance al terzo settore, all’associazionismo sociale, alle imprese sociali ed etiche, ma anche ai movimenti che rivendicano a livello locale i principi elaborati a livello globale.

Imboccare con convinzione questa strada conferma l’idea che si possa seguire con attenzione la trasformazione della politica a livello locale come base per la costruzione di uno sviluppo autosostenibile e per lo sviluppo di nuove modalità di partecipazione democratica, che trova a livello locale un terreno più favorevole che a livello statale.

Perché un progetto innovativo di governo locale possa svilupparsi è condizione necessaria una cooperazione tra partiti e movimenti presenti sul territorio, oltre naturalmente alla disponibilità da parte delle istituzioni.

Movimenti e partiti di sinistra devono cercare di cooperare tra loro, anche sviluppando forme di azione comune su singoli temi, in una ottica di scambio e arricchimento reciproco.

Per realizzare questo obiettivo è necessario un reciproco riconoscimento, che colga nella relazione tra i due soggetti un principio di complementarietà, e non di rivalità, per cui ognuna delle parti ha un compito importante e insostituibile da svolgere.

Il percorso è difficile, richiede l’apertura verso l’innovazione e la capacità di mettersi in discussione.

Insistere nella sperimentazione di nuove forme democratiche è un dovere: Firenze, ed in particolare il Quartiere 4 costituisce già un importante laboratorio: sta a noi proseguire su questa strada con impegno, nella consapevolezza che anche lavorando in  una piccola realtà si può dare un importante contributo per una società migliore.

Documento approvato dal comitato direttivo della u.d.b. DS Balducci Isolotto in data 1/10/04