'900: un popolo che fa la storia
di Franco Quercioli
Nel Novecento la gente di questa parte di Oltrarno ha scritto pagine significative della storia di Firenze operaia, democratica e antifascista
1 – GLI ANNI VENTI: “I FATTI DEL PIGNONE”
E’ al Pignone, intorno alla Fonderia e alle Officine del Gas, che dalla seconda metà dell’ottocento si svilupperà il movimento operaio fiorentino. Nel 1920 gli operai della Pignone occupano la fabbrica nel contesto del grande movimento di lotta che si sviluppa in tutto il paese. Ed è proprio questo rione popolare, il presidio più forte della resistenza al fascismo, qui a Firenze.
L’episodio più importante di questa resistenza è narrato da Vasco Pratolini nel suo romanzo “ Lo Scialo “. Il giorno dopo l’assassinio di Spartaco Lavagnini, il segretario della Camera del Lavoro di Firenze, avvenuto ad opera dei fascisti il 27 febbraio del 1921, la gente del Pignone e dei quartieri limitrofi blocca l’accesso al quartiere ed occupa in massa il Ponte Sospeso scontrandosi con una squadra di fascisti armati che intendono forzare il blocco. Nello scontro resta ucciso un giovane fascista: Giovanni Berta.
Pochi giorni dopo esercito, carabinieri e fascisti occupano il quartiere, picchiano e arrestano decine di persone che vengono processate e condannate.
“…..C’era tutto il Pignone, quella sera; c’era mezzo San Frediano; ed erano venuti, alla spicciolata, o ci si era trattenuti, sulla strada di casa, gli ortolani, i braccianti, di Monticelli e di Legnaia. La gente di via Bronzino, di via dell’Anconella, di via Pisana, che sono nel cuore del Pignone, era sulle soglie degli usci, sulla piazza, davanti alle botteghe, e alla Casa del Popolo, appena devastata, col cuore in gola e il sangue avvelenato . I comignoli della Fonderia fumavano; i panni dei tintori erano stesi ad asciugare, l’Arno andava lento e grosso per via delle piene di primavera. Erano le sette di sera e il sole tramontava tutto fuoco, basso sul fiume e dietro le Cascine; avvolgeva di un riflesso accecante il ponte Sospeso, e sembrava renderlo anche più aereo, isolato nel vuoto: la luce era come se incorporasse nelle strutture i cavi che descrivendo una mezza ellissi, lo trattenevano da pilone a pilone e dall’una all’altra riva.
Il ponte era deserto: e l’uomo a cui si pagava il pedaggio chiuso nel suo casotto di legno come dentro una garitta, sporgeva la testa e scrutava ai due orizzonti. Gli sembrava assurdo, che alle sette di sera, non un’anima attraversasse il ponte. “ Non s’è mai dato “ si disse. C’era troppo silenzio, troppa calma, come un’istante prima che batta il terremoto. “ Stasera” egli pensò “ è brinata”…….”
Annita che aveva vent'anni nel '18
Testo tratto da "I racconti dell'Annita", libro di memorie e vita quotidiana dei primi del novecento, scritto da una ragazza di Soffiano che ha voluto lasciare una traccia della sua vita.
A Soffiano gli abitanti si conoscevano tutti. Le famiglie della collina e quelle del piano, che non erano tante, trovavano il modo di incontrarsi, di parlare del più e del meno, e di aiutarsi a vicenda in caso di necessità. I genitori discutevano dei lavori da farsi nei campi, dei raccolti, dell’andamento della stagione, dei propri figli. i ragazzi parlavano fra loro delle ragazze del paese. Le fanciulle imparavano presto a lavorare. da bambina la mamma mi faceva fare la calza...ne ho fatte di solette!. (...) Dalle maestre del luogo si imparava il cucito, in modo che col tempo si riuscisse a preparare il proprio corredo, (...) spesso quel lavoro minuzioso si faceva di sera, alla luce del lumino ad olio e del lume a petrolio. (...)
Uscire di casa la sera non se ne parlava nemmeno. D’altra parte le strade erano poco o per niente illuminate, sicchè ci si spaventava della propria ombra. Le ragazze non avevano il tempo per andarsene a girellare, e rare erano le occasioni di divertimento. (...)
I figli maschi della famiglia Francalanci, appena ragazzini, cominciarono ad aiutare i genitori nel lavoro dei campi. A scuola non si pensò mai di mandarli.
Quando furono grandi, essi decisero di cambiare attività e, insieme ai Bardi e agli Scarpettini, costituirono un’impresa per l’estrazione ed il trasporto dei liquami di pozzo nero, dalla città ai contadini di Soffiano e Scandicci, che, come era uso, lo utilizzavano come concime. (...) Faticavano per undici o dodici ore al giorno. (...) Soprattutto, il lavoro diventava difficoltoso e gravoso quando bisognava condurre il carro pieno per le viottole dei campi irte e scoscese. (...)
Quando i Francalanci cominciarono a trasportare i liquami presero in affitto dei terreni a prato, per poterci ricavare il foraggio per le bestie. Quei campi erano rovinati da grandi e profonde buche, che durante la stagione delle piogge si riempivano d’acqua. In tempi passati, la terra argillosa di quel fondo era stata estratta per essere utilizzata nella fornace dei signori Hoffman, che cuocevano per lo più mattoni. Ancora nella mia infanzia una grande ciminiera dominava la località, alla quale è rimasto il nome di Fornacione. (...) Il nonno Faustino, che era il capoccia, teneva il denaro di tutta la famiglia, compreso quello dei figli sposati, (...) e abituati così, come era usanza nelle famiglie coloniche, i Francalanci tiravano avanti, buoni e sottomessi.
Anche i nonni materni abitavano al Fornacione, (...) la nonna Vittoria (...) andava a lavorare dai contadini della zona, che come compenso le davano frutta e verdura. Così, la nonna poteva mettere i pomodori sott’aceto. I pomodori tondini, a grappoli, li appendeva ai travicelli della cucina: dovevano servire poi, a mano a mano, per la pentola del brodo. Per la vendemmia, la nonna portava a casa i penzoli d’uva, che pure appendeva ai travicelli. Quando era il tempo, la nonna la sera tornava con i panieri di fichi dottati e verdini, che sistemava su stuoie ed esponeva al sole per farli seccare, coperti con un velo bianco; quando erano secchi li riponeva in candidi sacchetti di tela.
2 – GLI ANNI QUARANTA: LA SECONDA GUERRA E LA RESISTENZA
Aligi Barducci, detto 'Potente'
Nel 1921 Aligi Barducci aveva otto anni. Era nato il 10 maggio del 1913 nel cuore del Pignone, in via Benozzo Gozzoli, vicino a Porta San Frediano, dove visse la sua giovinezza. Sottotenente dell’esercito, dopo l’otto settembre 1943 tornò dalla Sicilia , entrò in contatto con gli amici comunisti del Pignone e si unì ai partigiani a Monte Morello con il nome di "Potente“ fino a diventare il leggendario comandante della Brigata “ Lanciotto” sul Monte Giovi e della Divisione “Arno“ sul Pratomagno.
L’8 agosto 1944 rimase ucciso da una granata tedesca in piazza Santo Spririto alla vigilia della battaglia di Firenze. L’undici agosto la Divisione “Potente”, così i suoi compagni vollero chiamarla in suo onore, attraversò l’Arno. La battaglia di Firenze era cominciata.
I funerali di Aligi Barducci si svolsero alla presenza delle Brigate Partigiane e delle truppe Alleate che resero a ‘Potente’ l’onore delle armi. Successivamente fu insignito di medaglia d’oro al valore.
Così il partigiano Guido Cavalcabò, detto “Moretto”, commissario politico della brigata “ Caiani “ ricorda il suo comandante nelle sue memorie:
…….Quando sul Pratomagno scende la notte, anche d’estate fa freddo, l’umidità penetra nelle ossa e fa rabbrividire le sentinelle e le vedette intente a cogliere ogni rumore sospetto dalla mulattiera che si perde a pochi passi nella fitta nebbia. Nella capanna del comando siamo tutti coricati sulle frasche; alcuni già dormono ed il lume vacillante della candela mostra i loro volti spianati dal sonno pesante e profondo del partigiano. Potente, l’architetto Gizdulich, il dottor Di Domizio ed io vegliamo immersi in una discussione appassionante. Si parla della ricostruzione della nostra Italia, sottovoce per non disturbare gli altri……………………
Gizdulich è del parere…che la ricostruzione delle nostre città distrutte dovrà preoccuparsi in primo luogo di costruire secondo i canoni dell’arte…. Potente è d’altro avviso…la casa per il popolo deve in primo luogo soddisfare ai bisogni, alle comodità di chi la deve abitare: essere bella dentro più che di fuori……. Soddisfare queste esigenze condurrà da sé ad uno stile nuovo e originale…poi il popolo vorrà che i suoi edifici collettivi, le sue case del popolo, le sue biblioteche, palestre, teatri, siano espressione del suo orgoglio, monumenti della sua acquistata maturità e libertà…. Discutiamo come indurre gli architetti a collaborare e a dirigere la ricostruzione……. Poi si fa silenzio: in un angolo più buio della capanna Giulio Bruschi si muove e tossisce, l’umidità gli fa dolere le cicatrici delle sue ferite, ora è seduto e ci guarda con i suoi occhi chiari – Be’ compagni, credo sia ora di dormire, no? – L’incantesimo si dilegua, le ore del sonno sono preziose; ci arrotoliamo nelle coperte e subito dormiamo……………
Tosca Bucarelli
Il 20 febbraio 1944 Tosca Bucarelli viene catturata dai fascisti nel caffè Paszkowski in piazza della Repubblica, mentre tenta di mettere una bomba dentro il bar frequentato dai repubblichini e dalle SS. Tosca ha ventidue anni ed abita a Legnaia con la famiglia. E’ l’unica donna che fa parte dei Gruppi di Azione Patriottica (G.A.P.) che operano in città.
Viene portata a ‘Villa Triste’, torturata dalla famigerata “banda Carità”, che non riesce a farla parlare e quindi viene reclusa nel carcere femminile di Santa Verdiana. Dopo cinque mesi, la mattina del 9 luglio, viene liberata insieme alle sue compagne “politiche” da un commando di partigiani travestiti da militi repubblichini, guidati da Elio Chianesi e Bruno Fanciullacci, famosi gappisti fiorentini. Tosca non li riconosce subito e rifiuta di seguirli, memore della sorte subita precedentemente da Anna Maria Enriques Agnoletti, prelevata dai fascisti dallo stesso carcere e giustiziata. “Se volete fucilarmi fatelo qui perché io non mi muovo“ dice Tosca, ma poi riconosce Fanciullacci. Le sue condizioni sono gravi, viene nascosta in casa di Romano Bilenchi in via Fra Bartolommeo e qui curata amorevolmente. Tosca Bucarelli ha ricevuto la medaglia d’argento al valore ed ha vissuto nel quartiere fino alla sua morte avvenuta alcuni anni fa.
Romano Bilenchi, suo amico e compagno di lotta, è, insieme a Pratolini, uno dei più grandi scrittori della nostra città, di cui ha narrato luoghi, eventi e personaggi. Egli racconta nel suo libro “Gli amici” questa vicenda, con il titolo ‘L’attentato’.
……Nel pomeriggio il caffè Paszkowski si riempiva di ufficiali tedeschi di ogni arma e di ogni grado. Molti di loro lanciavano di quando in quando reparti del battaglione ‘Goering‘ e delle SS contro le formazioni partigiane rifugiatesi sulle montagne e saccheggiavano i paesini, li incendiavano, uccidevano con le baionette, contadine, le loro bambine e le gettavano sui rovi, le braccia e le gambe aperte e i vestini chiari, di cotone, cenciosi, tenere farfalle che si essiccavano al sole.
Un giorno, dalla porta che dà dinanzi al cinema Gambrinus, entrarono nel caffè un uomo che indossava un impermeabile bianco e una ragazza con una giacca di lana rossa e una grande borsa nera, lucida.
Percorsero la prima sala dove alcuni ufficiali tedeschi parlavano e bevevano attorno ai tavoli, e andarono nell’altra sala, ancora vuota. Un giovane ben vestito sedeva a un tavolo posto accanto al muro, coperto dalla colonna che sta quasi nel mezzo della sala. Scriveva, con lentezza. Una lettera. Quando alzava la testa poteva scorgere di spalle l’uomo che non si era tolto l’impermeabile bianco, benché nel locale facesse caldo, e la ragazza. I due, sedutisi a un tavolino, ordinarono al cameriere che serviva quella sala bibite che pagarono subito.
Dopo un po’ di tempo l’uomo guardò l’orologio, si chinò verso la ragazza, le parlò e lei trasse dalla borsa un pacchetto lungo e rotondo avvolto in un giornale e cominciò a scartarne l’estremità; poi lo dette al suo compagno, che continuò a togliere la carta finché non trovò un gancio e una cordicella. In quel momento il giovane che stava dietro la colonna alzò gli occhi dalla lettera che stava leggendo e vide quello che gli sedeva di spalle insieme con la ragazza scostare la tovaglietta del tavolo, appendere il lungo fagotto che teneva in mano a un altro gancio fissato sotto il piano del tavolino, accendere un fiammifero e dar fuoco al cordoncino che pendeva dal pacco. La fiammella cominciò a salire, poi si spense, ma un puntolino rosso la sostituì e si mise a procedere lentamente. Il giovane si alzò, e gridando – una bomba, una bomba – si lanciò contro i due. La ragazza, sorpresa da quel grido, si girò di colpo urtando il tavolo che traballò, il pacco cadde sul pavimento e il puntolino rosso si spense. Il giovane afferrò la ragazza per le braccia. – Sono un ufficiale delle SS italiane – urlava. I tedeschi accorsero ad aiutarlo, impugnando le pistole.”
Oltrarno in guerra
Anche Oltrarno fu colpito nel marzo e nel luglio del '43 dalle bombe degli aerei inglesi che caddero nella zona di Monticelli. Nel ’44 si intensificò il fuoco delle batterie tedesche per coprire la ritirata verso la linea gotica e molti abitanti furono costretti a lasciare le loro case. Fra il 3 e il 4 agosto i tedeschi fecero saltare, escluso il ponte Vecchio, tutti i ponti sull'Arno (fra questi anche il ponte alla Vittoria) e i ponti sulla Greve. I partigiani di Oltrarno costituirono le Squadre di Azione Patriottica (SAP) e combatterono i soldati tedeschi e fascisti, finché questi non si ritirarono dalla città. L’11 agosto tutta Firenze fu liberata.
3 – GLI ANNI CINQUANTA: IL DOPOGUERRA E LA RICOSTRUZIONE
Fin dai primi giorni della Liberazione il popolo dei rioni si organizzò per far fronte alle necessità. I partigiani occuparono circoli e cooperative per mettere su i primi centri di soccorso, soprattutto alimentare. A Monticelli il CLN organizzò un mercatino a cui affluiva frutta e verdure dalla campagne circostanti, vendute a prezzi controllati. Nel dopo guerra fino agli anni cinquanta si rimisero in piedi con il lavoro volontario Case del Popolo e Cooperative, e se ne costruirono di nuove. Particolare attenzione fu data alla prima infanzia, anche per consentire alle giovani madri di andare a lavorare.
Nacquero così gli asili dell’Unione Donne Italiane (UDI) che in diverse zone del quartiere gestirono, anche con il volontariato, i primi centri per l’infanzia.
4 – GLI ANNI SESSANTA E SETTANTA: IL MOVIMENTO DI QUARTIERE
Negli anni sessanta questi rioni dell’Oltrarno manifestano ancora una volta la loro capacità di fare della solidarietà il punto centrale della loro identità popolare. Il 4 novembre 1966 l’alluvione colpisce anche questa parte dell’Oltrarno. A Legnaia e Monticelli, al Pignone e all’Isolotto nascono i Centri di Soccorso, che assistono la popolazione alluvionata nei primi giorni, quando la gente è abbandonata a se stessa.
Da essi nascono poi i Comitati di Quartiere che assumono il compito di organizzare la popolazione per la rilevazione dei danni, nelle richieste e nelle rivendicazioni alle istituzioni, nella occupazione degli immobili inutilizzati. Il Movimento di Quartiere si svilupperà negli anni successivi anche attraverso la diffusione dei doposcuola, delle scuole serali, delle associazioni dei genitori alla fine degli anni sessanta e agli inizi degli anni settanta, sotto l’impulso di Don Milani e della scuola di Barbiana (1969, occupazione della scuola elementare Niccolini e occupazione della Montagnola). Le lotte per la scuola caratterizzeranno questi anni ed il Movimento di “Scuola e Quartiere” ne sarà il punto di riferimento. Dai Comitati di Quartiere che si dotarono di un giornale mensile ‘I Quartieri’, ebbero origine i Consigli di Quartiere che il 28 novembre del 1976 furono eletti a suffragio universale. Firenze fu la prima città a sperimentare questa forma di democrazia innovativa. Questa parte di Oltrarno fu suddivisa nei quartieri 4 (Pignone, Monticelli, Legnaia, San Quirico e Isolotto) e 5 (Ponte a Greve San Bartolo, Le Torri, Ugnano e Mantignano). Solo nel 1990 i confini dei quartieri furono ridisegnati nelle attuali cinque circoscrizioni in cui è suddivisa la città e i quartieri 4 e 5 diventarono l’attuale quartiere 4.
Ottobre 1968: Don Enzo Mazzi e la Comunità dell'Isolotto
Nell’ottobre del 1968 l’Isolotto è protagonista di una vicenda che fa parlare la stampa nazionale e internazionale. La Comunità Parrocchiale respinge il provvedimento di rimozione che il Cardinale di Firenze Ermenegildo Florit ha deciso nei confronti del parroco Don Enzo Mazzi, accusato di “atteggiamento offensivo” verso la gerarchia ecclesiastica. In realtà è l’esperienza della Comunità che viene condannata. La “Chiesa dei Poveri” è la scelta evangelica che la Comunità compie sulla strada aperta dal Concilio Vaticano Secondo, ed è questa la scritta che campeggia su l’enorme striscione verticale che i parrocchiani affiggono in quei giorni lungo la facciata della chiesa. Il popolo dell’Isolotto, credenti e non, contesta il provvedimento e si impegna in una grande mobilitazione di massa. Il 31 ottobre all’assemblea convocata alla presenza di Don Mazzi, partecipano oltre diecimila persone, che gremiscono anche la piazza. Dopo la chiusura della chiesa decisa dal Cardinale, la Comunità terrà la Messa in piazza ogni domenica. Alcuni mesi dopo la chiesa verrà riaperta dal Cardinale Florit, scortato dai carabinieri e verrà insediato il nuovo parroco, fatto venire da Vicenza. La Comunità continuerà la sua attività nelle “Baracche Verdi”, fino ad oggi. Nel libro “ Isolotto 1954/1969” così si raccontano le prime reazioni della gente del quartiere non appena “La Nazione” diffonde la notizia.
“…….La stampa pubblica con grande rilievo la lettera del Cardinale. In particolare la civetta della Nazione è interamente dedicata a Don Mazzi. Una sua grande foto è intitolata: Don Mazzi sconfessato dal Cardinale. All’Isolotto c’è un momento di disorientamento. Gli operai che si avviano ai primi turni, le donne che escono per la spesa, i ragazzi che vanno a scuola, sono sorpresi, si ha l’impressione che Don Mazzi sia coinvolto in qualche grave scandalo. L’Isolotto fiorisce di capannelli, ovunque si discute, si chiedono spiegazioni. Man mano che la gente si rende conto della realtà monta l’indignazione. Alle 16 la chiesa e il sagrato sono pieni di gente che vuole manifestare il proprio sdegno e la propria solidarietà con Don Mazzi. Cominciano a sorgere spontaneamente le strutture di quello che sarà il lavoro collettivo. Tutti chiedono di essere personalmente impegnati e scrivono il loro nome e indirizzo sui fogli che già circolano. Alle 20 le firme sono già più di mille. Il giorno dopo l’Isolotto è in pieno fermento. Alle 18 la chiesa e la canonica si riempiono di lavoratori, massaie, studenti senza che nessuno li abbia convocati. La gente si organizza, si ripartiscono i compiti e le responsabilità. Nasce così il primo “ Notiziario” redatto nella notte, nello scantinato della canonica. Alle sei del mattino il notiziario è pronto, ciclostilato in migliaia di copie e distribuito alla passerella delle Cascine. Alle otto il Notiziario sarà già nei luoghi di lavoro e nelle scuole portato dagli isolottiani in tutta la città. E così sarà per sette giorni fino all’assemblea del 31 ottobre…….”
5 – A QUASI TRENTA ANNI DALLA NASCITA DEI QUARTIERI
di Eros Cruccolini
Le storie delle comunità che nei primi borghi di questa zona si sono formate sin dal medioevo meritano la nostra più grande attenzione: è da queste storie che è poi scaturito il processo di ricomposizione che si è sviluppato successivamente e che ha trovato una sintesi nella più ampia comunità rappresentata oggi dal nostro Quartiere. Un ringraziamento quindi a tutti quelli che hanno contribuito a scrivere questo breve racconto del nostro territorio che mi permette di fare una breve riflessionemi riguardante il ruolo che i Quartieri hanno avuto nella vita dei cittadini ed in particolare sulla formazione di questa parte di città. Dal 28 novembre del ’76, data di nascita dei Quartieri a Firenze, sono trascorsi ormai quasi trenta anni. La nostra zona viveva all’epoca una fase di grandi contraddizioni, da un lato i fenomeni di nuova e rapida urbanizzazione avevano creato una sorta di “terre di frontiera” prive di servizi in cui facilmente trovavano spazio emarginazione e delinquenza, dall’altro forti esperienze di solidarietà e partecipazione, di cui la Comunità dell’Isolotto e le tante realtà di volontariato erano le principali espressioni, rappresentavano il patrimonio su cui costruire l’identità di un territorio. L’opera di amministrazione alla quale ho partecipato è stata da quegli anni il frutto di uno sforzo collettivo compiuto con passione dalle decine di persone impegnate nei ruoli istituzionali e dai dipendenti che in queste hanno messo a disposizione un impegno nella concretizzazione dei progetti che è andato oltre la loro qualificata professionalità. La linea guida che da sempre ha fatto da riferimento nell’amministrazione di questo quartiere è stata quella di superare l’idea esistente di periferia. Abbiamo sempre pensato ad una “città nella città” e, con l’obbiettivo di andare oltre, ci siamo impegnati fortemente per trasformare poi questa parte di città in Comunità. Nella definizione di città ci sono aspetti che prevalgono: la mobilità, l’urbanistica e i servizi. La comunità introduce invece elementi diversi, che sono la partecipazione dei cittadini in maniera attiva e lo sviluppo di rapporti di relazione fondamentali per superare il distacco spesso esistente fra governanti e governati. Aspetto caratterizzante di una comunità è la solidarietà fra cittadini, che ha permesso di affrontare temi critici ed individuare percorsi comuni in grado di trovare soluzioni adeguate ai problemi posti, soluzioni che una istituzione da sola, pur con capacità di progettare e programmare non avrebbe potuto conseguire con la stessa efficacia. L’istituzione-quartiere, per favorire l’affermarsi di questo progetto, si è assunta il compito di stimolare le varie realtà socio-culturali, cercando così di far capire che le loro energie hanno rappresentato e rappresentano un valore inestimabile per la collettività laddove riescano, relazionandosi, a mettersi in rete per condividere una chiave di lettura dei bisogni. Ciò che abbiamo visto crescere in questi anni è stato un forte “capitale sociale” che per l’amministrazione di un territorio ha un valore prevalente sul “capitale economico”, e questo ci ha permesso di investire risorse sempre maggiori nella tutela delle fasce di popolazione più deboli ed orientare lo sviluppo del territorio nell’ottica della sostenibilità ambientale e sociale. Un esempio di questo processo di integrazione solidale lo può fornire il Progetto Essere, un fondo di aiuto sociale che il Quartiere 4 ha contribuito a creare in questi ultimi anni insieme a numerose associazioni di varia natura: laiche e religiose, sociali, culturali e sportive. Il progetto fornisce risorse, senza interessi e scadenze da onorare, a chi si trova momentaneamente in difficoltà, e non rientra né nei criteri per accedere all’assistenza pubblica né in quelli per ottenere un finanziamento di tipo privato. Questa idea di cittadinanza responsabile è particolarmente importante se rapportata ai giovani, ed è per questo che la nostra attenzione deve porre un attenzione particolare verso di loro favorendo la loro crescita culturale e sociale nel totale rispetto della loro personalità ed autonomia; per questo sarà sempre più necessario creare spazi dove questi possano esprimere autonomamente la propria creatività e al contempo relazionarsi con il territorio e con le generazioni che li hanno preceduti. In questi ultimi anni, poi, il Quartiere è stato chiamato alla riflessione ed al confronto con la società civile su un tema, quello degli stili di vita e dei comportamenti civici, che è oggi e sarà ancor più domani imprescindibile per il nostro futuro. E’ un terreno difficile perché costringe tutti a mettere in discussione le proprie abitudini ed i propri standard di benessere, e tuttavia indispensabile se vogliamo avviare a soluzione problemi quali quello dell’inquinamento, della mobilità e del risparmio energetico. Parlare di stili di vita non significa solo preoccuparsi del futuro ambientale, pensiamo per esempio al rischio di una mutazione climatica in un futuro non tanto lontano, o di equità sociale; una politica che guardi a nuovi stili di vita è essenzialmente una politica per la pace. La pace si costruisce infatti opponendosi all’idea che la guerra possa essere uno strumento di risoluzione dei conflitti ma anche e soprattutto costruendo un progetto culturale che la renda compatibile con i nostri modi di consumo e con i meccanismi dell’economia. Sembra che oggi ancor più sia vero come l’agire locale ed il pensare globale siano più che mai inscindibili. Con tutto ciò si dovrà misurare il nostro quartiere nei prossimi anni, sapendo che quanto più vi sarà coinvolgimento e partecipazione dei cittadini alla sua vita tanto più sarà possibile che questo territorio sappia offrire un miglior livello di vita per i propri abitanti e dare al contempo un contributo per una maggior giustizia per tutti i popoli.
Una nota a margine
di Leonardo Brunetti
Condizione per rapportarsi agli altri è avere coscienza della propria identità: una identità di cui, il lavoro svolto ed i luoghi della propria vita, soprattutto nel passato, risultavano essere tratti costituenti. Essere insegnante, operaio, artigiano… e vivere per esempio in una città come Firenze erano e sono forti elementi identitari. Ai giorni nostri, però, il lavoro, spesso instabile e temporaneo, non riesce più per la maggior parte dei giovani ad avere questo stesso significato e lo stesso si può dire per il luogo in cui si nasce o, semplicemente, in cui si abita. La maggior parte delle popolazioni finiscono oggi per risiedere in periferie di grandi città, i cui centri sempre meno sono destinati alla residenza, sempre più a funzioni commerciali. Le periferie nate in generale presso luoghi una volta abitati da comunità contadine od operaie, per effetto di ondate successive di urbanizzazione, hanno visto il progressivo annullarsi delle proprie origini e la perdita, nel giro di pochi decenni, di tradizioni e abitudini tramandate per generazioni. Rescisse le radici dei tradizionali valori di riferimento, l’identità di un individuo, nell’epoca della globalizzazione, tende così fatalmente a connettersi al proprio essere consumatore di beni e servizi. La vecchia divisione in ceti (operai, impiegati, professionisti) viene soppiantata dal differenziarsi fra chi può consumare tanto (e magari come elemento identitario usa certi marchi piuttosto che altri), chi un po’ meno, e chi per nulla e quindi non avendo un ruolo specifico in una società così organizzata, finisce per esserne escluso. E questo naturalmente, in varia misura, vale nei nuovi sobborghi di New York così come di Londra, Parigi, Roma, Firenze… La monocultura affermatasi con la globalizzazione, genera così, fatalmente, scontro fra civiltà e popoli. L’obiettivo diviene espandere, a scapito degli altri, i propri livelli di consumo alla fine considerati come unici valori di riferimento; valori che dunque risultano estranei, se non addirittura incompatibili, rispetto a quelli su cui si erano fondate le società precedenti: famiglia, religione, appartenenza ad una comunità solidale fra individui. E’ quello che sta avvenendo nel mondo. La difesa della propria cultura, la riscoperta delle proprie tradizioni (prime fra tutte quelle alimentari), la consapevolezza delle proprie origini non ha quindi il significato di ricercare una nicchia dove rifugiarsi, magari nella nostalgia dei “bei tempi andati”, ma, semmai, quello di ricercare un modello di globalizzazione diversa in cui le diverse culture non si annullino ma, come avvenuto nel passato, nella loro diversità sappiano arricchirsi e contaminarsi reciprocamente. La scuola, la famiglia, le istituzioni hanno dunque questo compito primario: dare ai giovani la consapevolezza delle proprie origini tramandare loro la propria memoria storica, aiutarli a crescere fuori dalla logica dell’individualismo per costruire, ciascuno, un proprio spazio aperto al rapporto con gli altri. Mentre seguivo la redazione di questo piccolo volume sulle origini del nostro territorio, mi sono reso conto che anche da questo poteva derivare un apporto, anche se modesto, in tale direzione: scritto e redatto a più mani con contributi che si sono via via aggiunti allo scritto iniziale di Franco Ciarleglio che ne costituisce l’ossatura portante, penso che il senso alla fine del lavoro di tutti sia stato unitario. Ciò che, mi sembra emerga, è come in questa zona della città, nel Quartiere 4, il senso delle nostre origini sia ancora ben diffuso e presente. Origini contadine dal medioevo sino all’ottocento nei primi sobborghi lungo la via pisana: origini che si ritrovano nella presenza sul territorio di centinaia di piccoli orti sociali. Origini operaie nei primi insediamenti industriali sul territorio fiorentino che ci hanno lasciato la preziosa eredità delle numerose società di mutuo soccorso e delle associazioni di volontariato. Origini nella resistenza come elemento fondante della difesa della libertà ed identità del nostro popolo. Origini infine nel grande movimento che negli anni 60’ ha posto l’Isolotto al centro della politica nazionale per la scelta di stare dalla parte degli “ultimi” che ha portato la sua comunità religiosa alla disobbedienza verso le gerarchie cattoliche dell’epoca. Il nostro territorio sembra così riemergere in questi ultimi decenni dalla fase in cui si stava per trasformare in periferia priva di identità, con un idea di comunità che gli viene dall’aver saputo recuperare buona parte di questa sua storia. La trattazione di questo lavoro è, per scelta, di taglio molto divulgativo. Il nostro obbiettivo era quello di suscitare curiosità e spingere chiunque ma in particolare i più giovani a vivere il quartiere guardandolo con occhi un po’ più attenti. Se ciò si realizzerà non mancheranno certo agli interessati i testi (e penso in particolare allo splendido lavoro svolto in questi anni dall’architetto Giampaolo Trotta) in cui la storia del nostra quartiere è stata trattata in modo più approfondito e specifico. Ancor più, oggi, l’attraversamento del Ponte alla Vittoria o del Ponte all’Indiano suscita in me la sensazione di un ritorno non solo nel luogo in cui vivo ma in particolare in uno spazio cui mi sento di appartenere. Credo che questo valga anche per altri e mi auguro che con questa semplice pubblicazione questo possa accadere ancor più…