La Via Maestra Pisana, i Borghi, le Comunità
di Franco Ciarleglio
La circoscrizione amministrativa n°4 del Comune di Firenze, meglio conosciuta come “Quartiere 4”, comprende un vasto territorio ad occidente della città, delimitato ad est dalle mura trecentesche con la Porta San Frediano ed il Torrino di Santa Rosa e dalla collina di Bellosguardo, a nord dal corso dell’Arno, ad ovest dalla zona di Ugnano e Sollicciano, a sud dalla zona di Ponte a Greve, Torregalli e dal territorio del comune di Scandicci.
Il quartiere conta attualmente circa 70.000 abitanti e ricopre una superficie di 17,54 chilometri quadrati, inoltre è ormai da anni sede dell’antico quartiere dei Rossi di Santa Maria Novella, uno dei quattro quartieri storici in cui era divisa Firenze fin dal 1300.
I Quartieri - Azzurri di Santa Croce, Verdi di San Giovanni, Bianchi di Santo Spirito, e appunto, Rossi di Santa Maria Novella - disputano ogni anno nel mese di giugno in Piazza Santa Croce, il torneo del “Calcio Storico Fiorentino”, la cui finale si effettua il 24 giugno, giorno di San Giovanni, patrono della città.
Fuori dalla città, lungo la via “maestra” pisana, oltre Porta S. Frediano si sono formate nelle aree rurali delle comunità che sono diventate nel tempo sempre più numerose ed importanti; e proprio di questi borghi che hanno poi formato il nostro quartiere, noi andiamo a raccontare la storia.
L’uscita a sud-ovest della grande cinta muraria fiorentina (quella del 1333 per intenderci, cioè quella che è stata quasi totalmente distrutta dagli architetti piemontesi e dal Poggi per “Firenze capitale” 1865-1870) era protetta dalla grande porta da cui partiva la Via Pisana, la via cioè che era diretta a Lastra a Signa, poi ad Empoli e che, proseguendo quasi sempre lungo il corso dell’Arno arrivava alla tanto odiata città di Pisa.
La via si chiamava appunto “Via Pisana”, ma la porta no; non poteva certo chiamarsi Porta Pisana, sarebbe stato dare troppa importanza alla città rivale: si preferì chiamarla Porta Livornese, un omaggio per quella città che doveva in seguito diventare il principale porto marittimo di Firenze.
Dunque ad ovest di Firenze c’era la via Pisana che partiva da Porta Livornese, poi successivamente ribattezzata dai fiorentini “Porta San Friano” da cui l’attuale Porta San Frediano, che prendeva appunto il nome dall’omonimo “borgo” che si trovava all’interno delle cinta murarie, già allora caratteristico e pieno di attività artigianali e commerciali.
Infatti, il termine “Borgo” stava ad indicare la strada di entrata e di uscita da una delle porte della città, luoghi ove venivano costruite in prevalenza le nuove case ed i nuovi insediamenti urbani (i sobborghi appunto), che erano periferici, ma che lungo la direttrice del borgo potevano permettere rapidi collegamenti con il centro della città.
I cittadini che abbandonavano la campagna, o gli abitanti di altre città che venivano ad abitare a Firenze, non potendo trovare abitazioni libere nel centro storico, avevano maggiore facilità a costruire la propria casa lungo i vari borghi, e da questo è derivato il termine “borghese” (che in seguito avrebbe assunto una grande importanza all’epoca della Rivoluzione Francese qualificando uno stato sociale ben definito).
Ancora oggi a Firenze esistono diverse vie che conservano queste caratteristiche: come Borgo Pinti, Borgo Ognissanti, Borgo La Croce, Borgo Santi Apostoli ecc... tutti aventi origine da una porta della città.
La Porta di San Frediano era alta almeno tre volte rispetto a quella attuale. Era imponente e molto bella, liscia e possente all’esterno, con tre arcate di rinforzo sovrapposte all’interno, ed era coronata da una merlatura guelfa. Era del tutto simile alle altre grandi porte che ornavano la cinta muraria (Porta al Prato, Porta a Faenza, Porta San Gallo, Porta a Pinti, Porta alla Croce, Porta San Niccolò, Porta San Giorgio e Porta Romana), ed aveva un duplice scopo: di essere ben visibile da lontano per i viaggiatori che si avvicinavano alla città percorrendo le strade maestre, e altresì di permettere ai soldati di guardia di controllare dall’alto il territorio circostante.
Ma con l’avvento della polvere da sparo nel quattordicesimo secolo, le porte-torri erano divenute facili prede dei colpi di bombarda dell’artiglierie nemica. Fu proprio per questo motivo, cioè per esigenze strategico-militari, che tutte le porte furono scapitozzate (dal latino “sine caput”, senza testa) e strategicamente “ridotte” ad una sola arcata in altezza, costruendo nel contempo un tetto tozzo e possente con strette feritoie, che potesse resistere ai colpi di mortaio dei nemici.
Tutte le porte di Firenze ebbero questo trattamento, eccetto una, troppo vicina al colle di San Miniato per poter essere colpita, la Porta di San Niccolò che ancora oggi possiamo ammirare in tutta la sua bellezza, e che ci aiuta a capire come doveva essere la nostra Porta San Frediano al momento della sua costruzione nel 1333.
2 – PIGNONE
Appena usciti dalla Porta San Frediano, percorrendo via Pisana, si entrava nella zona che era chiamata “Sardinia”, antico luogo di scarico della macellazione. Il nome era dovuto al fatto che la zona era sporca e maleodorante, ed in quella epoca si credeva che anche la Sardegna, così lontana e misteriosa, fosse un luogo poco salubre e niente affatto accogliente.
Sul lato destro della via si affacciava il primo porto fluviale della città (Portus Arni at Monticellum) nella zona di Monticelli appunto, borgo di pescatori, boscaioli e “navaioli”.
I Navaioli erano i conduttori dei “navicelli”, ovvero le tipiche imbarcazioni fluviali a fondo piatto che trasportavano le merci lungo l’Arno, ma erano anche i “traghettatori di navi”, dove “la nave” era un barcone che traghettava persone, animali e merci da una parte all’altra del fiume; tra l’altro proprio in quel punto esisteva un servizio di traghetto che prendeva il nome di “Nave al Pignone”.
Non si devono confondere i “Navaioli” con i “Renaioli”: questi ultimi infatti si dedicavano prevalentemente al carico, trasporto e scarico della rena, elemento indispensabile per le costruzioni dell’epoca. Inoltre con il loro lavoro, provvedevano ad una costante “pulizia” delle sponde e del letto dell’Arno.
Il porto era caratterizzato da cinque pontili con altrettante “pigne” di forma conica troncata, dove venivano legati i navicelli che attraccavano per il carico e lo scarico delle merci e proprio quelle “grosse pigne” diedero il nome a tutta la zona che i fiorentini chiamarono Pignone.
Solo in epoca successiva, al tempo dei Granduchi di Lorena, il quartiere del Pignone abbandonò l’originaria caratteristica portuale per trasformarsi progressivamente nella prima zona industriale della città: vennero costruite le prime fonderie e sorse nello stesso tempo il primo nucleo di abitazioni per i lavoratori, costruito lungo tre strade parallele (attuali via del Pignone, via Bandinelli e via dei Vanni).
All’altezza della Sardinia venne quindi realizzato un ponte (Ponte Sospeso) per collegare la zona industriale al resto della città, proprio nel punto dove oggi si trova il Ponte alla Vittoria.
Inserto: "I nostri ponti sull'Arno"
3 – ISOLOTTO
Prima di venire rigorosamente racchiuso tra due sponde ben delimitate da alti argini, il fiume Arno quando era in piena non trovava ostacoli e spesso tracimava dal suo corso originario formando dei rami secondari, le cosiddette “spighe d’Arno”, che formavano delle vere e proprie isole (ricordiamo tra le altre l’Isola delle Stinche – da cui l’omonima via – e l’Isola delle Cascine).
La più grande tra queste isole sorse proprio nella zona di Legnaia, poco dopo il Pignone. Il ramo del fiume si separava dal corso principale all’altezza dell’attuale piazza Taddeo Gaddi, proseguiva in linea quasi retta per diverse centinaia di metri (attuale via Bronzino), piegava sulla destra con un’ampia ansa (via Palazzo dei Diavoli) e confluiva nuovamente nel fiume quasi in perpendicolare (via dei Mortuli).
Si veniva quindi a formare un’isola piuttosto grande, lunga quasi un chilometro e larga quattrocento metri che era conosciuta come “Isola di Legnaia” oppure “Isola d’Arno”, ma che il popolo fiorentino preferiva chiamare più semplicemente “l’Isolotto”.
Con questo nome è stata in seguito identificata tutta la zona a sud-ovest di Firenze sulla sponda sinistra dell’Arno, quella fuori la Porta San Frediano.
L’Isolotto divenne ben presto una bandita di caccia, ricca di selvaggina e di uccelli di padule dove solo i Medici erano autorizzati a cacciare; un bando del 1591, infatti, parlava di “diritto ad uccellare” e ne stabiliva l’esclusiva ai soli componenti della famiglia medicea.
La bonifica dell’Isolotto avvenne solo dopo la seconda metà del ‘500. Alcuni anni prima (1502 – 1503) Leonardo da Vinci in persona, nei suoi studi di idraulica, aveva a lungo studiato la possibilità di dare sfogo alle piene del fiume senza danneggiare le popolose zone che si estendevano lungo la via Pisana. A seguito di questi studi venne costruito un argine molto alto e possente che partiva dalla zona portuale del Pignone e proseguiva, piegando verso sinistra, fino a raggiungere il fiume Greve. Questo argine prese il nome di Argin Grosso e consentì di bonificare tutta la zona dell’Isolotto, permettendo alle acque dell’Arno di tracimare durante le piene salvando le zone coltivate ed abitate di Legnaia, Cintoia, Ugnano e Soffiano.
Da quel momento le “isole” non si formarono più, ed ampi appezzamenti di terreno vennero bonificati ed adibiti a fiorenti coltivazioni.
Nella vecchia Isola di Legnaia, ormai bonificata, vennero costruite due strade principali: la prima, via Palazzo dei Diavoli, costeggiava parzialmente l’antico bordo dell’isola e prese questo strano nome dalla presenza di un palazzotto medioevale, ancora esistente (attuale civico n°30), nel quale si narrava che venissero fatti dei festini e delle cerimonie sacre non proprio conformi alla regola tradizionale cattolica tanto da indurre il popolino ad accostare il palazzo alle strane “diavolerie” che vi venivano eseguite.
La seconda strada, via Torcicoda, tagliava invece in lungo l’intero Isolotto dando vita ai primi insediamenti urbani della zona; prese il nome dal suo itinerario irregolare e tortuoso tanto da ricordare il sinuoso movimento della coda di un serpente.
4 – DA LEGNAIA A S. QUIRICO
Il termine Legnaia prende il nome dal latino “Lignaria” ovvero luogo dove viene custodito e lavorato il legname. Infatti, tutta la zona fin dai tempi dei romani era ricca di alberi, e le attività che in prevalenza vi si svolgevano erano quelle dei boscaioli e dei falegnami. Del resto i navicelli che attraccavano al porto del Pignone spesso venivano utilizzati per il trasporto di tronchi ben tagliati e pronti per essere utilizzati per la costruzione di mobilia e case.
L’agglomerato di Legnaia è stato il primo nucleo urbano a sorgere lungo l’antica Via Pisana, strada di notevole importanza già dai tempi degli Etruschi (lungo la direttrice Fiesole – Volterra) e subito dopo strada romana, importante asse portante per la colonizzazione della zona tramite le centurie (da cui Cintoia), appezzamenti di terreno che venivano regalati ai soldati veterani al momento del loro pensionamento.
La strada ebbe una notevole rilevanza anche nel medioevo, tanto da diventare “carrareccia”, cioè con un fondo stradale solido e curato con periodiche manutenzioni. Lungo questa direttrice, all’uscita da Porta San Frediano, sorsero dei borghi, come Verzaia (dal latino Viridaia, cioè zona in cui si coltivava il cavolo verza) che nacque intorno alla Chiesa di Santa Maria, poco distante dal porto fluviale del Pignone.
A sinistra di Verzaia, percorrendo la via Pisana in uscita dalla città, si trovava una zona collinare molto boscosa che veniva utilizzata come cava di pietre dure. Su questa collina, accanto ad una piccola necropoli etrusca, era stato edificato verso la metà del ‘300 un monastero di frati benedettini “olivetani” al posto di una precedente chiesetta romanica. Per questo motivo tutta la zona prese il nome di Monte Uliveto. La costruzione, in seguito ampliata in epoca rinascimentale, venne dedicata a San Bartolomeo e fu proprio in questa chiesa che Leonardo da Vinci dipinse il famoso quadro dell’Annunciazione, oggi agli Uffizi. Più avanti sorse il borgo di Monticelli (da “Monticellum”, collinetta che precedeva il più ben alto colle di Monte Uliveto) che si estendeva tutto intorno al monastero benedettino di San Piero al quale era annesso anche un “Hospitium”. Quindi, proseguendo lungo la via, si raggiungeva Legnaia, il borgo più importante della zona, nucleo di chiare origini rustiche che si sviluppò attorno a due chiese che diedero origine al “popolo” di San Michele ed a quello di San Quirico a Legnaia. Qui fu importante la costruzione di uno “Spedale”, quello di San Jacopo, che doveva dare ostello e conforto sia agli infermi che ai “Peregrini” che stavano per entrare in città. Il termine “Pellegrino” (peregrinus) deriva dal latino “per agros” cioè “attraverso i campi”; indicava quindi tutti coloro che viaggiavano prevalentemente a piedi lungo le precarie strade di allora, ma spesso per fare prima, direttamente attraverso i campi.
5 – FRA SOFFIANO E PONTE A GREVE
Giunti alla “Volta di Legnaia”, vale a dire al bivio dove si “voltava” per andare verso Scandicci, si proseguiva lungo questa via dove si sviluppò un secondo nucleo di abitazioni che venne chiamato Soffiano dal nome del centurione Suflus, proprietario della centuria esistente in quella zona (praedium suflanum).
Il popolo di Soffiano era concentrato prevalentemente intorno a tre castelli fortificati: il primo era detto “Il Palagiaccio”(attuale Villa Lisi), il secondo era il Palazzo di Mezzano che aveva un elegante loggiato ed una imponente torre merlata di difesa, il terzo era il “Palagio dei Nerli” o Nerlaia, possente costruzione con tre torri e tre porte d’ingresso. Quest’ultimo venne venduto successivamente alla famiglia Galli e per questo motivo prese il nome di “Torre Galli” che successivamente ha identificato tutta la zona circostante.
Ritornando su via Pisana, lasciata Legnaia, la strada si dirigeva verso il fiume Greve che rappresentava il confine del “sub-urbia” (da cui deriva il termine “sobborgo”), vale a dire della zona immediatamente periferica che circondava Firenze e che, in qualche modo, serviva come cuscinetto protettivo della difesa militare della città. La zona del suburbia rappresentava anche un importante terreno di produzione ortofrutticola indispensabile per le esigenze alimentari e per il vettovagliamento dell’intera città. Infatti famose in quelle zone erano le colture di cavoli, cavoli verza, piselli e asparagi intervallati da filari di viti, alberi da frutto, gelsi e pioppi.
Un ulteriore agglomerato si era formato intorno alla chiesa di San Lorenzo a Greve, lungo la sponda del fiume, ma l’edificio più importante sia dal punto di vista urbano e commerciale sia da quello militare era rappresentato dal ponte sulla Greve, “Ponte a Greve” appunto, ricostruito definitivamente nel 1398 con tre grandi arcate, di cui una successivamente interrata. Dal lato artistico il ponte presentava la caratteristica di un tabernacolo a forma di piccola cappella affrescata da Bicci di Lorenzo, mentre dal lato militare il ponte faceva parte integrante del complesso difensivo di San Lorenzo che, oltre alla chiesa, presentava un nucleo fortificato con relativo “Spedale” cimitero e torre fortificata.
6 – CINTOIA
Tutta la zona che si trovava sulla sponda destra della Greve e che veniva delimitata dalla confluenza del fiume con l’Arno, aveva mantenuto l’antico nome di Cintorio, successivamente modificato in Cintoia.
Il nome deriva dal fatto che tutta la zona intorno alla città era caratterizzata dalla lottizzazione delle “centurie”, appezzamenti di terreno di forma rigorosamente quadrata, che venivano dati in premio ai veterani delle legioni romane una volta che i soldati erano giunti alla fine della loro carriera militare.
Le prime notizie di costruzioni nella zona risalgono all’anno 724, quando Specioso vescovo di Firenze, dona alla cattedrale una “corte sulla Greve” chiamata appunto Cintoia (curtem de Cintorio). Dopo diversi e ripetuti danni dovuti alle frequenti alluvioni, viene edificata nel 1304 la chiesa dedicata a San Bartolomeo. Proprio questa chiesa avrebbe successivamente dato il nome di S.Bartolo a Cintoia all'intera zona circostante.
Di poco successiva è invece la chiesa di Santa Maria, intorno alla quale sorge un nucleo urbano che ben presto si arricchisce di attività agricole e commerciali, attività che si moltiplicano intorno alla metà del ‘500 dopo la bonifica dell’intera zona dovuta alla costruzione dell’Argin Grosso. Ed è proprio in quel periodo che si assiste ad una proliferazione di case e di botteghe, tanto che i popoli di Santa Maria e di San Bartolo si uniscono dando origine ad un unico sobborgo, quello di Cintoia appunto, secondo per densità di popolazione e per vivacità di commercio solo a quello di Legnaia.
7 – OLTRE LA GREVE
La zona che si affacciava ad occidente della Greve, fino alla confluenza del fiume con l’Arno, è stata caratterizzata in tempi lontani da una pianura acquitrinosa e malsana, soggetta ad allagamenti ed a tratti paludosa.
Esisteva già in epoca romana una strada che collegava la Via Pisana all’Arno, lo attraversava con un guado, si congiungeva con l’antica Via Cassia Vetus, proseguiva fino a Vernio per poi raggiungere Bononia (Bologna).
Grazie alla presenza di questa strada tutta la zona venne suddivisa in centurie romane. Iniziò anche una lenta campagna di bonifica, lenta perché in questa zona non era stata approntata alcuna protezione dei terreni coltivati, come quella della parte ad oriente della Greve, a protezione dei terreni coltivati contro le periodiche alluvioni dell’Arno.
Ebbe inizio quindi una progressiva ed intensa attività agricola, con particolare riguardo ai cereali, alla quale fece ben presto seguito una proficua attività commerciale. Per questi motivi tutto il territorio interessato cominciò ad essere abitato da un numero sempre maggiore di contadini ed artigiani che si instaurarono principalmente in tre insediamenti urbani.
Questi insediamenti presero il nome dai proprietari dei maggiori poderi (praedia) in cui erano suddivise le centurie, e cioè Amantinius (Mantignano), Solicius (Sollicciano), Aunius (Ugnano), ed inoltre Messius (Musciana) ed Annius (Agnano).
Nella zona di Mantignano, poco dopo l’anno mille, sorse la chiesa di Santa Maria a Mantignano, accanto alla quale venne poi costruito un monastero benedettino, e ben presto tutto intorno sorse l’omonimo borgo.
All’incirca nello stesso periodo si hanno notizie anche della chiesa di San Piero che ha dato successivamente origine al relativo insediamento urbano di Sollicciano.
Diversa è invece l’origine di Ugnano: esisteva infatti in quel luogo, un castello che era stato posto a difesa del guado dell’Arno lungo la strada che collegava la Via Pisana con la Via Cassia Vecchia. La strada era diventata una importante arteria commerciale, ed in prossimità del guado si era formata una discreta area portuale fluviale.
Il luogo era divenuto ben presto ricco di botteghe e di attività commerciali, ma nello stesso tempo erano sorte anche osterie e taverne dove si svolgevano attività collaterali come il gioco d’azzardo e la prostituzione.
Il borgo di Ugnano era ormai il più importante della zona ad occidente della Greve; a poca distanza dal castello era sorta la chiesa di Santo Stefano ed accanto alla chiesa venne costruito uno Spedale per accogliere i pellegrini e gli infermi.
Il castello (ormai scomparso) divenne importante anche perché fu l’ultimo rifugio dei Ghibellini sconfitti ed esiliati, mentre in seguito divenne proprietà della famiglia di Corso Donati, capo della fazione dei Guelfi Neri. E fu proprio dal castello di Ugnano che i Guelfi Neri, riorganizzati e riarmati, partirono con alla testa Corso Donati per andare a riconquistare il potere a Firenze.
8 – DALL’OTTOCENTO AD OGGI
L’intero quartiere aveva conservato le caratteristiche agricole e commerciali che lo avevano caratterizzato fin dalle origini. La direttrice lungo la via Pisana restava la principale strada di comunicazione per i traffici commerciali verso Pisa e il mare, mentre lungo il corso dell’Arno continuava il traffico delle derrate sui “navicelli”, ma l’attività principale per il popolo della zona era rappresentato dall’agricoltura.
Gli agglomerati urbani continuavano a vivere e ad ampliarsi intorno alle principali chiese ed alle fortificazioni che difendevano i sobborghi della città.
La trasformazione dell’intero quartiere è avvenuta molto lentamente nel corso dei secoli, tanto che il termine “trasformazione” appare improprio. Più corretto, sarebbe parlare di un lento procedere della vita sociale e commerciale nei vari borghi che lo componevano. La prima vera evoluzione si è avuta all’inizio del diciannovesimo secolo, quando il territorio è stato diviso in due parti: la zona a sinistra della Greve, comprendente Ugnano, Mantignano e Sollicciano, venne compresa nella Comunità di Casellina e Torri, che faceva parte del Comune di Scandicci, mentre la zona a destra della Greve, comprendente Legnaia, Isolotto, Soffiano, Monticelli e Pignone, venne compresa nella Comunità di Legnaia, che faceva parte del Comune del Galluzzo.
Il Comune di Firenze infatti, all’epoca dell’unità d’Italia, intorno al 1860, comprendeva solamente il territorio incluso entro la cinta muraria (attuali Viali di Circonvallazione). La zona tutta intorno alle mura era suddivisa in varie “Comunità”: Rovezzano (comprendeva Coverciano e Settignano), Fiesole (comprendeva Campo di Marte e Le Cure), Il Pellegrino (Ponte Rosso, La Pietra, Trespiano), Sesto (Careggi, Rifredi, Novoli), Scandicci (riva sinistra della Greve nell’attuale Quartiere 4), Galluzzo (riva destra della Greve nell’attuale Quartiere 4) e Bagno a Ripoli (Gavinana). Solo nel periodo compreso tra la fine del diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo, il territorio comunale fiorentino si è progressivamente allargato fino a comprendere gli attuali confini, inglobando “comunità” che ormai avevano perduto la propria identità amministrativa e giurisdizionale, come quella di Rovezzano, del Pellegrino e del Galluzzo, restituendo finalmente a Firenze tutti i borghi che comprende attualmente il nostro Quartiere. La zona industriale del Pignone, che comprende la Fonderia e il Gasometro, all’inizio dell’ottocento ha dato origine al primo sviluppo urbanistico del quartiere al quale ha fatto seguito, un secolo dopo, la costruzione del complesso di case popolari all’inizio di via Bronzino e via Zanella.
Si giunge così al primo vero piano regolatore che tra il 1915 ed il 1924 consente l’urbanizzazione delle zone di Legnaia, Monticelli, Soffiano e Mantignano. Nel periodo immediatamente successivo viene prolungata via Bronzino che sfocia in via Antonio del Pollaiolo e poi in via Baccio da Montelupo, divenendo in pratica un vero e proprio raddoppio della vecchia via Pisana.
A metà degli anni trenta viene costruita piazza Pier Vettori che collega la direttrice del Ponte Sospeso con la via Pisana e la zona che conduce verso Porta Romana e quindi via Senese.
Ma la più consistente pianificazione urbana si ha soltanto nel dopoguerra: negli anni cinquanta infatti nasce e si sviluppa il quartiere popolare dell’Isolotto, grazie anche alla volontà del sindaco Giorgio La Pira, e all’interno del quartiere nasce anche la chiesa di Santa Maria Vergine delle Grazie, più tardi divenuta famosa per la “Comunità di Don Mazzi”.
A cavallo fra gli anni sessanta e settanta viene realizzata la costruzione degli attuali quartieri delle Torri e di Cintoia, mentre nel 1976 viene ultimata quella che rappresenta l’opera architettonica più ardita e conosciuta dell’intera zona: il viadotto dell’Indiano. Mentre la zona ad oriente della Greve ha subito nel corso degli anni una sempre più intensa trasformazione urbana, la zona “oltre la Greve” ha invece prevalentemente mantenuto l’originale connotazione agricola, caratterizzata da ampi spazi di verde e di terreni coltivati.
Un ultimo accenno è doveroso verso tutta una serie di importanti interventi di restauro che sono stati effettuati negli ultimi anni e che hanno decisamente valorizzato l’intero quartiere, tra cui in particolare vanno ricordati quelli a Villa Strozzi al Boschetto e Villa Vogel alle Torri.
1954 – 2004: l’Isolotto e i suoi primi 50 anni
Certamente non può vantare una “Pianta dei Capitani” in cui i propri abitanti possono riconoscere la loro strada, il grande palazzo vicino casa, o la loro chiesa; ma altrettanto sicuramente nessuno può negargli di avere una sua “Storia”, visibile e decisiva come le altre nella costruzione dell’identità del nostro Quartiere. Naturalmente stiamo parlando dell’Isolotto: nato ufficialmente il 6 novembre 1954 con la consegna delle chiavi da parte del sindaco Giorgio La Pira, di quello che all’epoca era il villaggio INA-casa, parte integrante del “Piano Fanfani” sull’edilizia popolare.
Per l’Isolotto, dunque, il 2004 rappresenta il suo cinquantesimo compleanno.
Non molti anni sono trascorsi, anzi decisamente pochi, per una città come la nostra ricca di memoria, ma se temporalmente di acqua ne è passata poca sotto i ponti, non si può dire lo stesso in termini di intensità e di importanza riguardo al contributo offerto alla formazione della città stessa. Come detto inizialmente, gli abitanti della zona non troveranno una cartina raffigurante “il popolo dell’Isolotto” in epoca medioevale, e non avranno quella omogeneità di discendenze a cui far riferimento come per altri borghi del quartiere.
Se della nozione di popolo diamo una definizione che comprende anche una provenienza e radici culturali comuni, l’Isolotto mal si adatta ad essa. Immigrati dal meridione, dalla campagna toscana ed emiliana, profughi istriani e greci, gli accampati dei centri sfollati: questi erano i primi abitanti della zona. Questa “multietnicità” ha finito per rappresentare il punto di forza della “città satellite” voluta da La Pira.
Quasi corpo a sé stante, grazie alla molteplicità delle culture e dei punti di vista, pur fra le tante difficoltà, l’Isolotto è diventato negli anni un laboratorio, e l’identità negata dalla mancanza di un passato è stata via via acquisita grazie alle importantissime esperienze di rinnovamento sociale e religioso, dalle lotte per i servizi e dalla partecipazione solidale. Gli abitanti “senza Storia” si sono fatti Popolo, il Popolo si è fatto Comunità. Il tempo trascorso in questi cinquanta anni ha permesso ai cittadini e alle proprie famiglie di essere partecipi di questo processo.
Forse qui più che mai vale quello che diceva la canzone: la Storia siamo noi.
L’Ottocento: Il secolo dell’industria
LA FONDERIA DEL PIGNONE
Il 4 febbraio 1842 Pietro Benini con i suoi soci, Tommaso Michelagnoli e Giovanni Niccoli, diedero vita alla società “Fonderia di ferro di seconda fusione fuori la Porta San Frediano”, la prima che si occupasse di questo settore industriale nell’area fiorentina.
L’ubicazione dello stabilimento corrispondeva all’incirca all’antico scalo dei navicelli posto sulla riva sinistra dell’Arno, nell’area compresa tra la Porta San Frediano e il fiume. La presenza di questo garantiva la quantità d’acqua necessaria alle esigenze della fabbrica, e rappresentava un’ottima soluzione per l’approvvigionamento di materie prime, che venivano portate da Livorno fino al vecchio porto d’Arno al Pignone; per di più la vicinanza del Ponte Sospeso risolveva i problemi di collegamento con l’altra parte della città.
Alcune caratteristiche del borgo inoltre, agevolavano la crescita della nascente industria: la relativa popolosità e la mancanza di una edilizia residenziale organicamente sviluppata, favorivano questo tipo di insediamento industriale la cui collocazione (per motivi igienici e di rumorosità) non sarebbe stata permessa in un centro abitato.
L’ampliamento della fonderia cominciò molto presto, infatti già nel 1844 furono occupati alcuni capannoni nella strada che per questo, in seguito, prese il nome di Via della Fonderia.
Il piccolo laboratorio originale dava lavoro a solo quattordici operai, fabbricando portoni di ferro, rosoni e canne fumarie, ma il numero di occupati crebbe di pari passo con gli impianti e il metodo di lavoro, permettendo di soddisfare un numero di commesse sempre più elevato, tra cui le panchine e le ringhiere dei Viali dei colli, i fanali e i chiostri di Piazzale Michelangelo e i famosi lampioni a zampa di leone dei Lungarni.
Alla lavorazione in ghisa e in bronzo cominciò ad affiancarsi la produzione di torchi, pompe e piccole macchine per usi agricoli.
Nel 1874 le officine Benini & Michelagnoli si costituirono in società anonima col nome di “Fonderia del Pignone”.
Nonostante la crisi che aveva toccato l’industria fiorentina negli anni ’90, la Pignone crebbe ulteriormente, sia come numero di operai (290 nel 1892) che come attività, grazie soprattutto alle forniture di ghisa di prima fusione dallo stabilimento di Piombino nel quale i Benini avevano una compartecipazione.
Una grande espansione del numero dei dipendenti si ebbe all’inizio del nuovo secolo, per culminare al numero di 500 toccato durante la prima guerra mondiale. L’Italia (come gli altri paesi) ricorse ad una organizzazione centralizzata della produzione, che favorì le industrie organizzate più modernamente, tra cui per l’appunto la Pignone, che si convertì alla fabbricazione, in modo particolare, di materiale di uso bellico.
Il momento della riconversione, senza piano strategico adeguato, si rivelò particolarmente drammatico e, dopo aver affrontato una delle più gravi crisi commerciali della sua storia, da cui si riprese solo nel 1922, la Pignone spostò la sua sede a Rifredi luogo in cui avrebbe trasferito definitivamente le attività nel 1937.
La Società del GAS
Non distante dalla primitiva fonderia del Pignone, si ebbe l’insediamento dell’altro importante polo industriale ottocentesco di questa zona: il Gasometro.
Il governo granducale aveva concesso alla società “Mongolfier Bodin & Compagni” la gestione degli impianti da realizzarsi per l’erogazione del gas, destinato ad illuminare le vie della città tramite una apposita rete di tubature (dato che all’epoca erano ancora in uso i lampioni ad olio). Dopo varie indecisioni venne scelta come sede l’area immediatamente fuori Porta San Frediano, via Pisana, via dell’Anconella ed il greto del fiume. Questa fu data in consegna il 3 agosto 1844, e dopo due anni di lavori, nel 1846 venne inaugurato l’impianto di illuminazione comprendente due gasometri.
In seguito furono sostituiti da tre nuovi impianti di maggiori dimensioni, disposti su un’area più vasta, controllati dalla “Società Civile Lionese del Gas” che era subentrata alla “Mongolfier” nella gestione. Un ulteriore ampliamento si ebbe nel 1896, quando si raggiunsero i 21.000 metri quadrati. Verso via dell’Anconella venne costruito un quarto gasometro, che risultò il più grande di tutti, l’unico ancora visibile. Aveva una vasca d’acqua seminterrata a pianta circolare, di 35 m di diametro, realizzata in pietrame, profonda 9 m, di cui 5 interrati. Una serie di colonne metalliche alte 15 m, era posta perimetralmente alla vasca, e serviva come guida verticale per lo scorrimento della campana (la copertura del gasometro). Le colonne erano rese tra loro solidali mediante aste disposte a telaio e travi superiori reticolari. Ancora oggi oltre al gasometro sono visibili due magazzini rettangolari, in cui veniva conservato il carbone necessario nei forni per la produzione del gas che veniva convogliato nei gasometri. Le apparecchiature funzionavano all’incirca in questo modo: la pressione del gas immesso nella campana sollevava questa in modo da ottenere l’equilibrio di pressione desiderato; man mano che il serbatoio si vuotava, la campana si abbassava automaticamente, mantenendo costante la densità e la pressione del gas. la tenuta della campana era invece assicurata dalle chiusure idrauliche costituite dalla vasca e dai giunti.
Nel 1929 alla società lionese subentrò la “Società Toscana Azienda Gas”, che nel 1933 trasferì gli impianti a Rifredi.
9 – I GIOIELLI DEL QUARTIERE
Per Villa Strozzi e Villa Vogel occorre dedicare un capitolo a parte. I due splendidi edifici rappresentano infatti il centro direzionale, amministrativo ed organizzativo dell’intera zona, sono cioè il cuore pulsante del Quartiere 4.
Le prime notizie relative a Villa Strozzi al Boschetto risalgono alla metà del 1500, quando Giovan Battista Strozzi acquistò il cosiddetto “Palagio dello Scarlatto”, un palazzotto così chiamato poiché di proprietà della famiglia Scarlatti.
Su questo palazzo viene edificata successivamente la Villa del Boschetto, che deve il suo nome al fatto che era circondata da una fitta vegetazione di lecci e castagni. Posta sul versante della collina, la villa presenta uno splendido giardino all’italiana con all’interno pregevoli decorazioni ed opere pittoriche, alle quali hanno partecipato illustri architetti e pittori, come il Cigoli, Bernardo Poccetti, Santo Di Tito e perfino Giuseppe Poggi che ha provveduto a ristrutturare il vasto parco che ruota intorno alla famosa “limonaia”.
Attualmente Villa Strozzi al Boschetto è sede di Polimoda, istituto internazionale collegato all’Università degli Studi di Firenze (si occupa di moda, fotografia, marketing ed arte in generale) e della fondazione Tempo Reale, centro di ricerca e produzione musicale.
Le prime notizie relative a Villa Vogel alle Torri risalgono all’inizio del 1400. Si legge infatti che in quel periodo era stato edificato poco lontano dal borgo di Legnaia un palazzotto fortificato che veniva chiamato “Villa alla Torre” per via di una possente torre che era stata posta ad un angolo del palazzo e che sovrastava l’intero edificio.
Ma quella non era l’unica torre della zona.
Altre, più o meno alte, più o meno possenti, erano state costruite a difesa di alcune case coloniche, ed in questo modo garantivano una regolare lavorazione dei terreni e permettevano l’intensificazione delle colture.
Per questo motivo tutta quella zona veniva chiamata “Le Torri”, nome che ha mantenuto anche oggi, e così anche la tortuosa strada che collegava i vari edifici venne chiamata “Via Delle Torri”.
I proprietari della villa e di tutti gli edifici fortificati nella zona appartenevano tutti alla nobile famiglia fiorentina dei Capponi: prima Gino, poi Neri, poi Niccolò e quindi il famoso Piero.
Piero, proprio lui, il famosissimo Pier Capponi il quale alle provocazioni dell’imperatore Carlo VIII “Noi suoneremo le nostre trombe”, che stava ad indicare di raggruppare molte milizie armate e di schierarle contro Firenze, aveva coraggiosamente risposto con l’altrettanto famosa frase “Se voi suonerete le vostre trombe, noi suoneremo le nostre campane!” per dimostrare fieramente all’invasore la capacità di chiamare a raccolta e di radunare in breve tempo la totalità del popolo fiorentino pronto a difendere la propria città e la propria indipendenza.
“Villa alla Torre” aveva il principale scopo di raccogliere i membri della famiglia Capponi nei periodi di vacanza e di riposo che questi trascorrevano “fuori le mura”.
Intorno al 1500 la villa subì un sostanziale ampliamento ed ammodernamento per permettere alla ricca famiglia di godere di nuovi spazi e di un maggiore conforto residenziale.
Venne eretto un muro di cinta che, costeggiando la via d’accesso (Via delle Torri appunto) collegava altri edifici, torri e giardini di proprietà dei Capponi, tanto da raggiungere quasi le dimensioni attuali.
Tra il 1813 ed il 1815 l’intera villa, gli immobili annessi ed i terreni adiacenti, vengono venduti in parte alla famiglia Franceschi ed in parte alla famiglia Benucci. I Franceschi apportano al corpo della villa nuove modifiche più consone alle necessità abitative dell’epoca.
Si giunge così al 1922, anno in cui iniziano le trattative di acquisto della villa, che si concluderanno l’anno successivo, da parte della ricca famiglia svizzera Vogel.
Nel 1923 Henry Vogel acquista la proprietà del corpo della villa dai Franceschi, e buona parte dei terreni dai Benucci, con il preciso intento di riunificare tutte le proprietà originarie dei Capponi.
Da quel momento l’intero edificio, unitamente agli immobili annessi, alla limonaia ed ai giardini, prende il nome di “Villa Vogel”.
Oggi Villa Vogel è la sede del Quartiere 4.
Uno stemma per il Quartiere 4
Lo stemma del quartiere è il frutto di una ricerca storica ed araldica diretta ad individuare le principali zone in cui si è sviluppato, nel corso dei secoli, il territorio che attualmente compone il “Quartiere 4”.
Lo stemma infatti è “inquartato”, cioè si compone di quattro “pezzature”, ovvero di quattro parti che rappresentano rispettivamente le zone di Legnaia, di Monte Uliveto, di Ponte a Greve e del territorio “oltre la Greve”.
1) - Nel primo quarto, su campo AZZURRO, appare una quercia al naturale con accanto un gallo bianco. Il “capo fiorentino” è costituito dalla parte superiore con un giglio fiorentino rosso in campo bianco.
Rappresenta lo stemma originale della “Comunità di Legnaia” (la quercia) che faceva parte del Comune del Galluzzo (il gallo) ma che rimaneva tuttavia sotto la giurisdizione provinciale di Firenze (il giglio).
Lo stemma in linea di massima potrebbe rappresentare gli attuali rioni di Legnaia, Isolotto, San Quirico e Soffiano.
2) - Nel secondo quarto appaiono tre torri d’oro (gialle) su campo ROSSO. Rappresenta il territorio che si trova “oltre la Greve”: questa zona faceva parte della Comunità di Casellina e Torri ed era inserita nel Comune di Scandicci.
L’antico stemma della comunità non ci è pervenuto nella sua piena integrità; veniva infatti genericamente rappresentata una torre dai contorni non definiti.
Lo stemma identifica con tre torri merlate le tre località fortificate oltre la Greve: Sollicciano, Ugnano e Mantignano.
3) - Nel terzo quarto, su campo ROSSO, si staglia in oro (giallo) la figura del Ponte a Greve, con le tre arcate originarie (una venne successivamente interrata) e con il caratteristico tabernacolo trecentesco posto sopra un pilastro.
Lo stemma potrebbe rappresentare gli attuali rioni di Ponte a Greve, Le Torri e San Bartolo e Santa Maria a Cintoia.
4) - Nell’ultimo quarto, su campo AZZURRO, appaiono tre monti all’italiana d’oro (gialli), il centrale sormontato da una croce cristiana rossa ed i laterali da due piante di ulivo.
Rappresenta lo stemma originale di Monte Uliveto e potrebbe identificare i rioni che sono più prossimi alle mura della città: Porta San Frediano, Verzaia, Monticelli e Pignone.