Cambiamenti climatici: Overview e la strategia di adattamento in Italia
di Vincenzo Ferrara
Indice:
1. GLI ASPETTI SCIENTIFICI DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI
Gli aspetti scientifici si possono dividere in due parti:
1.1 Conoscenze che derivano dalle osservazioni sperimentali
L’aumento non naturale dei gas serra atmosferici
Le concentrazioni atmosferiche attuali di anidride carbonica (380 ppm) e degli altri gas serra sono le più alte mai verificatesi negli ultimi 650 mila anni durante i quali il massimo valore di anidride carbonica atmosferica si era sempre mantenuto inferiore a 290 ppm. L’aumento dell’anidride carbonica atmosferica che è passata negli ultimi 200 anni circa da 280 a 380 ppm con un incremento di oltre 35%, è causato dallo squilibrio complessivo tra emissioni globali di anidride carbonica provenienti dalle attività umane ed assorbimenti globali naturali da parte del suolo degli oceani e degli ecosistemi terrestri e marini. Le capacità "naturali" globali (denominati "sinks" globali) sono attualmente in grado di assorbire meno della metà delle emissioni antropogeniche globali, il resto si accumula in atmosfera e vi permane per periodi medi che per l’anidride carbonica arrivano fino a 200 anni. Le capacità naturali globali di assorbimento erano maggiori nel passato, ma negli anni più recenti stanno via via diminuendo con l’aumentare progressivo della temperatura media del pianeta.
Le conclusione di IPCC sono le seguenti: a partire dal 1750, sono state emesse in atmosfera 384 miliardi di tonnellate di carbonio equivalente (circa 1400 miliardi di tonnellate di anidride carbonica) di cui il 57% è stato assorbito dagli oceani e dagli ecosistemi vegetali terrestri, mentre il rimanente 43% si è accumulato in atmosfera. L’accumulo in atmosfera ha prodotto un incremento di 100 ppm delle concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica. Di conseguenza, l’aumento dei gas serra in atmosfera non è naturale, ma deriva dalle emissioni di combustibili fossili, dall’agricoltura e dai cambiamenti di uso del suolo.
La responsabilità delle attività umane
Rispetto all’effetto serra naturale (pari a circa 180 watt/m2), le attività umane hanno introdotto un effetto serra aggiuntivo così composto: un effetto riscaldante causato dai gas serra di origine antropica pari a circa +3,0 watt m2, un effetto riscaldante naturale dovuto alla attività solare pari a circa +0,12 watt/m2 ed, infine, un effetto raffreddante provocato da polveri sottili ed aerosol pari circa a -1.6 watt/m2. Il bilancio complessivo netto è pertanto pari ad un incremento dell’effetto serra naturale di circa 1,6 watt/m2. Poiché su questo bilancio ha influito un effetto raffreddante degli aerosol, il riscaldamento climatico dovuto alle attività umane, senza tale attenuazione, sarebbe stato addirittura doppio.
Le conclusioni di IPCC sono le seguenti: il riscaldamento climatico in atto, e che parte dal 1750, è causato quasi totalmente dalle attività umane (il livello scientifico di attendibilità di questi dati è superiora al 90%). Le cause naturali del riscaldamento climatico sono del tutto trascurabili, sia quella di origine solare (macchie solari) cheè pari al 4% delle cause di origine antropica, sia quella di origine astronomica che è praticamente inesistente dal 1750 ad oggi (agisce infatti su archi di tempo superiore ai 20 mila anni). Altrettanto trascurabili (inferiori al 4%) sono altri effetti naturali quali gli eventuali effetti di riscaldamento derivanti dalla attività vulcanica (anzi gli effretti sono per lo più raffreddanti) e gli effetti legati alle variazioni della crosta terrestre (che adiscono dalle decine alle centinaia di migliaia di anni)
Le misure sperimentali
L’effetto serra aggiuntivo causato dalle attività umane è stato osservato e misurato nei numerosi parametri che sono gli indicatori sperimentali dello stato del clima e della sua evoluzione, quali ad esempio:
La conclusione di IPCC è che il riscaldamento climatico, misurato dalle osservazioni sperimentali di temperatura, precipitazioni, fusione dei ghiacci, livello del mare, ecc, è al 95% inequivocabilmente collegato all’aumento dell’effetto serra naturale causato dalle attività umane ed all’aumento delle concentrazioni atmosferiche di gas serra.
1.2 Conoscenze che derivano da modelli climatici e simulazioni numeriche
Queste conoscenze riguardano l’evoluzione futura del clima. Poiché queste conoscenze non derivano da dati, misure ed osservazioni, il loro livello di affidabilità dipende molto dai modelli utilizzati, dalle ipotesi su cui si basano i modelli e dal tipo di calcolo e semplificazione di calcolo che tali modelli necessariamente hanno per poter girare su grossi calcolatori. Inoltre, tali modelli utlizzano una serie di possibili scenari di emissioni globali di gas serra in relazione ad ipotesi di sviluppo socio economico mondiale e di uso di combustibili fossili. Di conseguenza, sulla base di tali modelli non è possibile effettuare previsioni climatiche, ma solo possibili “scenari” di evoluzione futura del clima.
L’IPCC nel confermare gli scenari già considerati nel suo precedente rapporto del 2001, analizza ciascuno scenario in relazione agli errori che possono essere stati commessi ed in termini di affidabilità delle valutazioni effettuate, stabilendo le diverse probabilità che tali scenari possano effettivamente verificarsi, ed esaminando, per quelli a bassa probabilità, i rischi di cambiamenti improvvisi del clima qualora il sistema climatico si destabilizzasse a seguito di processi non lineari. Gli elementi principali di questa analisi possono così sintetizzarsi.
Le tendenze per la temperatura futura del pianeta
La temperatura media globale al 2100 potrà andare da un minimo di 1,1°C ad un massimo di 6,4°C. Negli scenari minimali, che vengono considerati piuttosto improbabili (perché la tendenza della situazione attuale non sembra rispecchiare le ipotesi formulate), l’aumento di temperatura media globale potrà situarsi, alla fine di questo secolo, attorno ai 2°C e più precisamente nell’intervallo compreso tra 1,5 e 2,8 °C. Negli scenari massimali l’aumento della temperatura media globale raggiungerebbe e supererebbe i 5°C e comunque in un intervallo compreso tra 4,5°C e 6,4°C. Ma anche questi scenari sono giudicati poco probabili, se non del tutto inaffidabili, per motivi legati alla fisica dei processi climatici, dal momento che con velocità di aumento della temperatura così elevate è possibile l’insorgenza di fenomeni non lineari o di destabilizzazione del sistema climatico, che determinerebbero una sostanziale imprevedibilità delle condizioni future del clima (con possibilità o meno di catastrofi climatiche).
Di conseguenza, l’ipotesi più probabile, secondo IPCC, appare quella secondo cui l’aumento della temperatura media globale sarà, compreso fra 0,6 e 0,7°C al 2030 anni e raggiungerà circa 3°C o poco più nel 2100, e comunque una temperatura inferiore a 4,5°C. Nel caso ipotetico di tassi di aumento della temperatura media globale superiore a 4,5°C per secolo, il rischio di destabilizzazione del sistema climatico è molto alto e le conseguenze potrebbero essere opposte a quelle ragionevolmente prevedibili (per esempio: glaciazione di parte dell’emisfero nord a causa della interruzione della corrente del Golfo).
Le tendenze per l’innalzamento futuro del livello del mare
Al 2100 il livello del mare aumenterà, per dilatazione termica, tra 19 e 58 cm e più probabilmente tra i 28 ed i 43 cm, e non tra i 15 ed i 90 cm circa previsti nel rapporto precedente di IPCC (in cui era incluso anche il contributo della fusione dei ghiacci). In questi scenari, infatti, non sono stati inclusi i processi di isostasia e quelli dinamici di fusione non lineare dei ghiacci artici ed antartici.Va osservato che se la velocità del riscaldamento climatico è molto elevata (cioè superiore ai 4,5°C per secolo degli scenari massimali), i ghiacci della Groenlandia e quelli della parte occidentale dell’Antartide, potrebbero subire accelerati ed improvvisi processi di fusione o addirittura collassare. In tal caso, l’innalzamento del livello del mare, non sarebbe più quello precedente, ma potrebbe arrivare perfino a 7 metri. L’IPCC rileva inoltre che, se la fusione dei ghiacci della Groenlandia fosse molto rapida con immissione altrettanto rapida di rilevanti masse d’acqua dolce nel nord Atlantico, la interruzione della corrente del Golfo diventerebbe molto probabile, anche se per il periodo successivo al 2100.
Le associate principali conseguenze
Con questi scenari di possibile evoluzione futura del clima, si può desumere che la calotta polare artica (quella formata dai ghiacci galleggianti) potrebbe, nel 2100, scomparire durante i mesi estivi o ridursi del 90% rispetto alla estensione attuale. Drastiche riduzioni si avrebbero anche per i ghiacciai delle catene montuose poste alle medie e basse latitudini. Ma, si può anche desumere che gli estremi climatici quali le ondate di calore, le precipitazioni intense ed alluvionali delle medie ed alte latitudini, prolungati periodi di siccità alle medie e basse latitudini, diventeranno sempre più frequenti ed intensi. Anche gli estremi climatici connessi con eventi quali ciclonici tropicali, uragani e tifoni, e con il fenomeno di El Nino, tenderanno a diventare molto più intensi, anche se la frequenza di tali eventi non dovrebbe subire un sostanziale aumento.
1.3 I cambiamenti in atto in Europa e in Italia
L’Agenzia Europea per l’Ambiente ha condotto nel 2006 una analisi di dettaglio sul continente europeo e ha rilevato numerosi indicatori del cambiamento climatico in atto sul vecchio Continente.
Temperatura. La temperatura media in Europa è aumentata più di quella media globale: l’aumento è stato pari a 0,95°C (in estate di 0,7°C, in inverno di 1,1°C). Con gli attuali ritmi, in Europa la temperatura media annuale avrà nel 2100 un ulteriore aumento, rispetto a oggi, compreso fra 2 e 6,3°C.
Precipitazioni. Le precipitazioni totali annue nel Nord Europa sono aumentate, nell’arco di un secolo, dal 10 al 40%, mentre nel Sud Europa sono diminuite dal 10 al 20%. Con questi ritmi le precipitazioni totali annue nel 2100 aumenteranno di un ulteriore 10-20% nel Nord Europa e diminuiranno di circa il 10% nel Sud Europa.
Alluvioni e inondazioni. Negli ultimi 25 anni in Europa si sono avute 238 alluvioni disastrose. Tuttavia, grazie al miglioramento dei sistemi di protezione civile, pur essendo molto aumentati i danni economici, sono viceversa diminuite le perdite umane. In futuro è probabile che continueranno ad aumentare sia gli eventi alluvionali che quelli siccitosi, ma danni economici e morti dipenderanno dai sistemi di adattamento che saranno nel frattempo predisposti.
Ghiacciai. Dal 1850 i ghiacciai europei hanno perso in media il 30% della loro superficie e il 50% del loro volume. Con le tendenze in atto, al 2100 alcuni ghiacciai europei potrebbero scomparire definitivamente.
Livello del mare. Il livello medio dei mari che circondano l’Europa è cresciuto negli ultimi 100 anni a un tasso compreso fra 0,8 mm/anno (costa atlantica) e 3 mm/anno (costa norvegese). Nel Mediterraneo il tasso di crescita è compreso fra 1,3 e 2 mm/anno, anche se vi è stato un rallentamento in questi ultimi decenni. Con gli attuali ritmi, al 2100 il tasso di crescita del livello del mare potrebbe salire fino a valori compresi fra 2.6 e 9.9 mm/anno.
Stagioni vegetative. Il periodo vegetativo delle piante si è allungato di circa 10 giorni tra il 1962 e il 1995, e tenderà ad aumentare se saranno disponibili acqua e nutrienti nei suoli.
Portata dei fiumi. La portata dei fiumi che si gettano nel Mare Artico è aumentata fino al 50%; quella dei fiumi che si gettano nel Mar Baltico e nell’Atlantico è rimasta più o meno costante o aumentata del 10%. Al contrario, la portata dei fiumi che si gettano nel Mediterraneo è diminuita dal 10 al 50%. Gli attuali andamenti tenderanno probabilmente ad accentuarsi in futuro.
In Italia
Dalle analisi dei dati degli ultimi duecento anni, pervenuti da oltre cento stazioni meteorologiche e dai più antichi osservatori d’Italia, il CNR ha ricavato una fotografia aggiornata del cambiamento in atto in Italia.
Temperature. Le temperature medie annuali in Italia sono cresciute negli ultimi due secoli di 1,7°C (pari a oltre 0,8°C per secolo), ma il contributo più rilevante a questo aumento è avvenuto in questi ultimi 50 anni, per i quali l’aumento è stato di circa 1,4°C (pari a circa 2,8°C per secolo). Il tasso di crescita delle temperature medie in Italia è molto superiore (circa doppio) a quello medio globale. Sono aumentate di più le temperature minime (soprattutto al nord) che le massime, e di più le temperature invernali (soprattutto al sud) che quelle estive. Tuttavia, la situazione si capovolge se si analizzano soltanto i dati degli ultimi 50 anni. Infatti sono aumentate di più le temperature massime di quelle minime e, conseguentemente, sono aumentate anche le escursioni termiche giornaliere. Sono anche aumentate, come durata e intensità, le ondate di calore estivo: il 2003, oltre a essere stato il più caldo mai registrato in questi ultimi 200 anni, ha prodotto le più intense e prolungate ondate di calore. Sono diminuite, soprattutto come frequenza, le ondate di freddo invernale.
Precipitazioni. Le precipitazioni totali sono diminuite in tutto il territorio nazionale di circa il 5% a secolo, con maggiori riduzioni (9%) in primavera; la riduzione è più accentuata nelle regioni centro-meridionali rispetto a quelle settentrionali. È diminuito anche il numero complessivo dei giorni di pioggia, soprattutto in questi ultimi 50 anni: la diminuzione è pari a circa 6 giorni per secolo nelle regioni settentrionali e a circa 14 giorni nel centro-sud. La tendenza generale, per tutte le regioni italiane, è all’aumento dell’intensità delle precipitazioni e alla diminuzione della loro durata. Sono in aumento anche i fenomeni siccitosi, la cui persistenza è maggiore in inverno nelle regioni settentrionali e maggiore in estate al sud.
Risorse idriche. I dati della campagna di studio della Conferenza Nazionale delle Acque mostrano che le risorse idriche complessive disponibili, valutate attualmente in circa 50 miliardi di metri cubi per anno, che già sono distribuite in modo disomogeneo fra nord (41%), centro (26%), sud (20%) e isole (6%), tendono a diminuire a causa della riduzione delle precipitazioni e all’aumento della evapotraspirazione e dei prelievi idrici. La diminuzione delle risorse idriche aumenta la disomogeneitò tra nord e sud Italia: le riduzioni più marcate avvengono al Sud e nelle isole.
Livello del mare. All’innalzamento del livello del mare Mediterraneo contribuiscono diverse cause, ma l’espansione termica è la causa fondamentale di innalzamento del livello marino globale e di cui anche il Mediterraneo, che si sta scaldando al ritmo di 0,06 °C per decennio, risente. Tuttavia, benché a livello globale il livello medio del mare sia, a partire dal 1900, progressivamente aumentato di 1,8 mm/anno nei decenni successivi al 1900 ed al ritmo di 3,1 mm/anno in questi ultimi 15 anni,, nel Mediterraneo, dopo una fase iniziale di innalzamento progressivo analogo a quello osservato a livello globale, sono apparse anomalie nei tassi di crescita particolarmente evidenti negli ultimi 30 anni (ma soprattutto negli ultimi 15), durante i quali il livello marino è rimasto stazionario o ha mostrato addirittura, in alcune zone (come lo Ionio), sintomi di diminuzione. Secondo le analisi in corso, questo deriva da due fattori: a) l’aumento di evaporazione (a causa del riscaldamento globale) e la contemporanea diminuzione degli apporti dai fiumi (a causa della diminuzione delle precipitazioni e all’aumento dei prelievi idrici fluviali); b) l’aumento disalinità, con formazione di acque dense che ostacolano gli apporti dei flussi idrici di riequilibrio a Gibilterra fra Atlantico e Mediterraneo.
Rischio desertificazione. La qualità dei suoli tende a degradarsi soprattutto al sud, anche se non solo per problemi climatici. Le aree aride, semi-aride e sub umide secche, che si trasformano in aree degradate, interessano attualmente il 47% della Sicilia, il 31,2% della Sardegna, il 60% della Puglia e il 54% della Basilicata. Concorrono al degrado anche i cambiamenti di uso del suolo o usi non adatti,oltre alla crescita degli incendi boschivi.Il degrado è accentuato anche da fattori di origine antropica come l’erosione, la salinizzazione, la perdita di sostanza organica, l’impermeabilizzazione, e a volte anche i fenomeni di forte ruscellamento da eventi alluvionali.
Le Alpi. In base ai dati raccolti dalle stazioni in quota poste sul versante italiano e su quello svizzero e austriaco, il tasso di aumento della temperatura media sulla catena alpina in quest’ultimo secolo è compreso fra 1,5 e 2°C, e la maggior parte di questo aumento è posteriore al 1980. Questo tasso è più che doppio rispetto a quello medio globale. La conseguenza più importante è il progressivo arretramento dei ghiacciai, che nell’ultimo secolo hanno raggiunto, in alcuni punti, perdite di volume fino al 50%. Sono stati osservati anche cambiamenti nelle precipitazioni nevose nella frequenza delle valanghe e delle slavine, e secondo gli studi in corso presso il World Glacier Monitoring Service di Zurigo perfino cambiamenti nei regimi anemologici .
2. GLI ASPETTI STRATEGICI INTERNAZIONALI
La comunità internazionale riunita nelle Nazioni Unite ha affrontato il problema dei cambiamenti climatici con una Convenzione Internazionale sottoscritta e ratificata da 189 Paesi. Si tratta della: Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (la cui sigla è UNFCCC)
La UNFCCC stabilisce il quadro di riferimento dei principi, degli obiettivi, delle strategie e degli impegni generali che i Paesi delle Nazioni Unite si assumono in materia di protezione del clima e di prevenzione dei rischi di cambiamenti climatici generati dalle attività umane. Siccome la UNFCCC è un “accordo quadro” l’attuazione operativa degli impegni, le modalità di attuazione, la gestione delle varie attività da svolgere ed i controlli vengono demandati a protocolli o altri atti aggiuntivi da negoziarsi successivamente. Il primo di questi atti attuativi è stato il protocollo di Kyoto.
La UNFCCC, non è fondata sulle conoscenze scientifiche via via acquisite in materia di cambiamenti climatici, ma è impostata sul concetto e sulla filosofia di prevenzione di un rischio: il rischio di un cambiamenti climatico, generato dalle attività umane, un rischio che non è zero e certamente non si può dimostrare che sia nullo. Dunque, è esattamente la stessa filosofia che normalmente viene adottata per prevenire catastrofi naturali o per organizzare la protezione civile. Trattandosi di un “rischio” globale il problema va affrontato in modo globale da tutti i Paesi delle Nazioni Unite.
Tuttavia, la UNFCCC non usa la parola “prevenzione” perché il concetto di prevenzione fa riferimento ad un rischio preciso e statisticamente determinato in termini di distribuzione delle probabilità di un certo evento calamitoso in grado di apportare certi tipi di danni. La UNFCCC usa, più correttamente, il termine “precauzione” perché il rischio climatico, allo stato delle attuali conoscenze scientifiche, non è quantificabile in modo certo, come si fa nelle normali analisi di rischio. Il fatto che il rischio clima non sia quantificabile, però non può giustificare l’inazione o l’assenza di iniziative, o per dirla con le parole della UNFCCC: “l'incertezza delle conoscenze scientifiche non può essere usata come scusa per posticipare azioni ed interventi quando esiste comunque la possibilità di un danno irreversibile sul breve, ma soprattutto sul lungo periodo”. Piuttosto che non fare nulla, è meglio predisporre una serie di contromisure cautelative.
2.1 L’impostazione delle strategie internazionali
L’impostazione complessiva (a livello globale) del rischio clima, in termini di precauzione diventa il seguente: se il problema dei cambiamenti climatici, generato dalle attività umane, rappresenta un rischio aggiuntivo (anche se non scientificamente determinabile) per lo sviluppo ed il benessere dell’umanità, questo rischio aggiuntivo va affrontato sia a monte del rischio e cioè sul versante delle cause di origine antropica che aumentano il rischio dei cambiamenti del clima, sia a valle del rischio, e cioè sul versante degli effetti e delle conseguenze negative che si potrebbero manifestare qualora il cambiamento climatico avvenisse.
Queste strategie, però devono essere finalizzate al raggiungimento di un obiettivo, un obiettivo che non è l’azzeramento del rischio clima ma la sua compatibilità con lo sviluppo socio economico mondiale e la protezione dell’ambiente globale. L’obiettivo della precauzione e delle relative strategie di mitigazione e di adattamento è la stabilizzazione delle concentrazioni atmosferiche dei gas serra ad un livello tale da prevenire pericolose interferenze delle attività umane con il sistema climatico. Questo livello di stabilizzazione deve essere raggiunto in un periodo di tempo tale da permettere agli ecosistemi di adattarsi in modo naturale ai cambiamenti del clima, tale da assicurare che la produzione alimentare per la popolazione mondiale non venga minacciata e tale, infine, da consentire che lo sviluppo socio economico di tutti i popoli possa procedere in modo sostenibile.
Una siffatta formulazione dell’obiettivo, affinché non rimanga una semplice enunciazione di principio, implica la scelta di valori e parametri cruciali, che non sono solo scientifici, ma anche e soprattutto di accettabilità politica e sociale del rischio clima. In particolare implica:
1) la identificazione e la definizione quantitativa del livello di stabilizzazione delle concentrazioni atmosferiche dei gas serra da non superare per evitare l’innesco di un “pericolo” per l’umanità causato dall’interferenza delle attività umane sugli equilibri naturali del sistema climatico;
2) le condizioni necessarie e i vincoli affinché i governi dei vari Paesi possano, in un periodo di tempo adeguato, concorrere coordinatamente al raggiungimento di tale livello di stabilizzazione;
3) la definizione di quale sia questo periodo di tempo adeguato tale da permettere agli ecosistemi di adattarsi naturalmente, da assicurare che la produzione alimentare non venga minacciata e da consentire che lo sviluppo socio economico possa procedere in modo sostenibile.
2.2 La responsabilità nella attuazione delle strategie
La individuazione generale delle azioni da svolgere per ridurre le emissioni, la suddivisione ed il coordinamento di tali azioni e tutta la programmazione di chi doveva fare che cosa ed in quali tempi (tutte cose che poi verranno dettagliate operativamente nel protocollo di Kyoto), è stata affrontata dalle Nazioni Unite sulla base del principio di responsabilità o meglio “della responsabilità comune ma differenziata”.
Il principio di responsabilità, che guida la programmazione delle azioni, stabilisce, in pratica, che tutti i paesi della Terra, a causa delle loro emissioni in atmosfera, sono responsabili delle conseguenze dirette sul clima globale e sulle conseguenze indirette sull’ambiente globale derivanti dagli impatti dei cambiamenti del clima. Tuttavia, tale responsabilità non è uguale per tutti i paesi. La responsabilità è, appunto, “differenziata”, in altre parole è diversa a seconda del contributo che ciascun paese ha dato storicamente all’inquinamento globale di gas ad effetto serra, a secondadelle condizioni di sviluppo socio economico ed industriale e delle capacità di perturbare l'ambiente globale e, infine, a seconda delle capacità di intervenire per porre rimedio alle perturbazioni indotte sul sistema climatico.
Questo principio implica che i paesi industrializzati, che sono i maggiori responsabili:
devono impegnarsi di più dei paesi in via di sviluppo per disinquinare il pianeta, e devono aiutare i paesi poveri affinché abbiano un percorso di sviluppo meno inquinante di quello che hanno avuto nel passato i paesi industrializzati
devono essere i primi, rispetto ai paesi in via di sviluppo, ad assumere ed attuare impegnied azioni, madevono anche assumere la leadership mondiale nella protezione del clima contro le interferenze antropogeniche;
devono dimostrare di aver ottenuto risultati significativi nel disinquinare il pianeta, prima di chiedere l’assunzione di impegni e l’attuazione di analoghe azioni ai paesi in via di sviluppo e ai paesi più poveri.
Proprio in conformità a questo principio è stata programmata e resa operativa la “strategia di mitigazione dei cambiamenti climatici”: sono stati individuati e suddivisi gli impegni prioritari fra paesi sviluppati ed in via di sviluppo e sono state individuate due fasi di attuazione. Nella prima fase, che termina il 2012, i soli Paesi industrializzati si impegnano su obiettivi quantificati di riduzione delle emissioni edattuano tali impegni (e di questo si occupa appunto il protocollo di Kyoto). Nella seconda fase che comincia dopo il 2012, sia i Paesi industrializzati, sia quelli in via di sviluppo, si impegneranno congiuntamente su obiettivi quantificati comuni eattueranno di comune accordo i loro impegni (e di questo si occuperà il processo negoziale sul post Kyoto).
I nodi più critici
Ci sono due osservazioni da fare. Innanzitutto, con il protocollo di Kyoto è stata stabilita una riduzione (che è piuttosto simbolica) del 5,2% delle emissioni di gas serra dei paesi industrializzati rispetto alle emissioni che avevano nel 1990, ma non è stato definito il livello di stabilizzazione delle concentrazioni atmosferiche di gas serra come richiesto dall’obiettivo generale della UNFCCC. La identificazione del livello di stabilizzazione è invece fondamentale per stabilire impegni ed azioni soprattutto a partire dal 2012 e cioè nel post Kyoto. Ma è fondamentale, non tanto per la definizione delle riduzioni delle emissioni globali di gas serra, quanto piuttosto per individuare i tempi entro i quali dovranno attuarsi tali riduzioni: se, per esempio, entro il 2050, come chiede la Unione Europea che ha proposto di stabilizzare le concentrazioni di anidride carbonica a 500 ppm, oppure entro un’altra data successiva al 2050, qualora il livello di stabilizzazione concordato sarà superiore a quello proposto dalla Unione Europea.
La seconda osservazione riguarda la responsabilità nei confronti dei cambiamenti climatici causati dalle attività umane. La responsabilità è stata suddivisa dalle Nazioni Unite solo tra paesi industrializzati (paesi dell’Annesso I) e paesi in via di sviluppo (paesi dell’annesso II). In realtà, la responsabilità non può essere la stessa né nell’ambito dei paesi industrializzati (si pensi alle differenze abissali che ci sono fra gli Stati Uniti ed uno qualsiasi dei paesi dell’Est europeo), né nell’ambito dei paesi in via di sviluppo (si pensi alle differenze abissali che vi sono fra Cina ed uno qualsiasi dei paesi più poveri dell’Africa). E’ evidente che il principio di responsabilità è il riferimento necessario, ma non sufficiente. Una effettiva ed efficace attuazione di impegni ed azioni richiede, infatti, che la responsabilità sia opportunamente modulata in relazione alle effettive circostanze nazionali.
2.3 L’equità (non definita) nella attuazione delle strategie
Quando nel 1990, le Nazioni Unite decisero di avviare un processo negoziale per mettere a punto un apposito trattato internazionale sul problema dei cambiamenti climatici, vi era un ampio dibattito sullo strumento da seguire. Due erano i punti di vista. Alcuni paesi ritenevano opportuno procedere con una convenzione quadro sul “diritto all’atmosfera” che comprendesse tutti i diritti dell’atmosfera (come l’inquinamento atmosferico, la protezione della fascia di ozono, i cambiamenti climatici, ecc) in analogia con la convenzione sul “diritto del mare” approvata a Montego Bay (Giamaica) nel 1982, Altri paesi, invece, ritenevano opportuno procedere con una specifica convenzione quadro sui cambiamenti climatici, dal momento che il problema del clima con tutte le sue implicazioni nei settori dello sviluppo economico (produzione ed uso dell’energia, ambiente, trasporti, economia, ecc) era un problema di per sé gia abbastanza vasto e complesso, da meritare un trattato “ad hoc”.
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite scelse questa seconda ipotesi, che appariva una soluzione più rapida e meno complessa e, con la risoluzione 45/212 del 1990, dette il via ai negoziati internazionali. Questa decisione, che allora sembrava la più pragmatica, ha mostrato recentemente alcuni limiti perché, dopo le controversie sorte per l’attuazione del protocollo di Kyoto, ma soprattutto per la fase del post Kyoto, appare evidente la necessità di stabilire un quadro di riferimento per l’utilizzazione di un bene comune dell’umanità, qual è l’atmosfera, così come era successo per il mare, altro bene comune dell’umanità, dove c’è un trattato specifico sul “diritto del mare” entrato in vigore nel 1994 e che comprende anche gli accordi sulle acque internazionali.
Principi di riferimento per regolamentare diritti e doveri o attività ed azioni da svolgere sono presenti in altri trattati quali, per esempio, il trattato che riguarda lo spazio extraterrestre (entrato in vigore nel 1967), quello che riguarda la Luna (entrato in vigore nel 1984) e quello che riguarda l’Antartide, incluse le relative convenzioni e i protocolli collegati.
L’unico riferimento che traspare nella UNFCCC, ai fini di fornire un quadro di riferimento per la regolamentazione delle attività di attuazione del protocollo di Kyoto e per la fase successiva del post Kyoto, è il principio di equità. Abbiamo usato la parola “traspare”, perché il principio di equità non è, né enunciato, né altrimenti definito. Sono invece, citati, senza peraltro definirli, alcuni aspetti importanti, ma non fondamentali, dell’equità ed in particolare: l’equità partecipativa, l’equità operativa e l’equità intergenerazionale.
Non essendo chiaro, nella UNFCCC, in che cosa consista l’equità, salvo alcuni aspetti, ciascun paese interpreta il problema dell’equità secondo le propri priorità ed i propri interessi. La battaglia più grossa, sull’equità, è stata condotta soprattutto da una parte dell’India e di alcuni paesi in via di sviluppo affinché nell’attuazione degli impegni di riduzione delle emissioni si faccia riferimento, per tutti i popoli, ad uguali “diritti di emissione pro-capite”, rispetto ai quali conteggiare riduzioni o aumenti di emissione.
La criticità del problema dell’equità per lo sviluppo futuro del negoziato
La questione della definizione della “equità”non è irrilevante. L’India ha proposto l’uguaglianza dei “diritti di emissione pro-capite” Questo vuol dire che tutti i popoli della terra hanno diritto ad emissioni uguali indipendentemente dal paese in cui vivono. Attualmente le emissioni mondiali di gas serra equivalgono, in media, a poco più di 1 tonnellata pro-capite di carbonio equivalente, ma oscillano fra circa 11 tonnellate pro-capite degli Emirati Arabi e le 5,5 tonnellate pro-capite degli USA fino alla decina di chilogrammi pro-capite dei paesi più poveri dell’Africa. Se si dovranno per esempio dimezzare le emissioni globali il limite sarà pari a circa 500 kg pro capite. I paesi che sono sopra questo limite dovranno ridurre le emissioni per scendere a tale valore, i paesi che sono sotto questo limite possono aumentare le emissioni fino a raggiungerlo.
Siccome non esiste un riferimento internazionale che riguardi i diritti dell’atmosfera, i “diritti di emissione pro-capite” non trovano alcuna collocazione giuridicamente valida o legalmente vincolante, a meno che non si promuovano accordi volontari internazionali in tal senso. Ma, se devono essere avviati degli accordi volontari, anche altre proposte sono ugualmente valide. Per esempio il Brasile ha proposto di integrare equità e responsabilità, affinché la riduzione delle emissioni tenga conto anche delle responsabilità storiche e cioè dell’accumulo in atmosfera dei gas serra emessi a partire dal 1800 e fino ai nostri giorni. Di conseguenza, la riduzione delle emissioni che ogni paese dovrà attuare, sarà determinata in proporzione all’inquinamento che quel paese ha storicamente provocato sul pianeta.
Le proposte dei paesi industrializzati tendono a definire l’equità nella riduzione delle emissioni in relazione alla intensità energetica (rapporto tra consumi energetici e prodotto nazionale lordo) o alla intensità carbonica (rapporto tra emissioni di anidride carbonica e consumi energetici da combustibili fossili).
I paesi produttori di combustibili fossili rifiutano, in linea di principio, di riferire l’equità in base alla emissione di gas serra perché condiziona le vendite dei loro prodotti e lo sviluppo economico delle loro economie basate appunto sul commercio di combustibili fossili.
3. LA STRATEGIA DI ADATTAMENTO AI CAMBIAMENTI DEL CLIMA
La strategia di adattamento ai cambiamenti del clima, cioè la strategia per ridurre le conseguenze negative o i danni causati dagli effetti dei cambiamenti climatici, non è alternativa alla strategia di mitigazione, ma è complementare ad essa ed integrativa anche sotto il profilo dei costi economici ed ambientali. Con una robusta strategia di mitigazione, ovvero con un forte impegno internazionale di riduzione delle emissioni antropogeniche di gas serra, si riduce fortemente il rischio di cambiamento climatico. Di conseguenza si riduce anche la possibilità che le conseguenze e i danni dei cambiamenti climatici siano di entità rilevante e, quindi, anche le esigenze di adattamento ai cambiamenti del clima diventano molto minori. .
Viceversa, se la strategia di mitigazione fosse poco incisiva (scarsa riduzione delle emissioni di gas serra), allora il rischio di conseguenze negative e di danni derivanti dai cambiamenti del clima sarebbe molto più elevato. L’adattamento ai cambiamenti del clima, in questo caso, diventerebbe una necessità prioritaria ed ineludibile, la sola alternativa per convivere in un mondo con caratteristiche climatiche ed ambientali diverse da quelle attuali.
Tutto ciò si sintetizza con la frase: quanto maggiore sarà l’impegno per mitigazione i cambiamenti del clima, tanto minori saranno le esigenze di adattamento e viceversa. Anche se ciò appare del tutto logico, nella realtà non è proprio così e non sarà così, perché i cambiamenti del clima non sono identici per ogni area geografica ed in ogni angolo del nostro pianeta, né tanto meno gli impatti e le conseguenze dei cambiamenti del clima, sia sul breve che sul lungo periodo, sia quelli lineari che quelli non lineari,
Ci sarà chi avrà danni maggiori e chi minori e perfino chi ne avrà dei benefici. I Paesi che dovranno spendere di più per mitigare (sono, per esempio, i paesi più inquinatori dei industrializzati) non sono generalmente gli stessi paesi che dovranno spendere di più per adattarsi (si pensi, per esempio ai paesi più poveri della fascia subtropicale che subiranno i maggiori eventi estremi come tifoni ed uragani, innalzamento del livello del mare, ecc)..
E allora perché un certo Paese dovrebbe spendere di più per mitigare i cambiamenti del clima ovvero per ridurre il rischio di un cambiamento climatico, quando potrebbe spendere molto meno per adattarsi ai futuri cambiamenti del clima, o addirittura non spendere nulla perché in realtà il cambiamento climatico gli porta dei benefici (si pensi per esempio al Canada o alla Siberia)?
Se la logica fosse soltanto di bilancio economico, allora perché certi paesi dovrebbero spendere di più per le misure di mitigazione (ridurre le emissioni), se possono spendere di meno per le misure di adattamento? In una logica di questo tipo, non vi è dubbio che sorgeranno conflittualità e contenziosi internazionali da parte dei paesi che contrapporranno un’altra logica. Perché i paesi poveri dell’Africa, dell’America latina o di sperdute isole del Pacifico, dovrebbero subire disinvoltamente danni e conseguenze negative dei cambiamenti climatici, non solo sul breve o medio periodo, ma anche sul lungo periodo e sulle generazioni future, dal momento che non hanno contribuito in passato e non contribuisce neanche al presente (per motivi di povertà o di sottosviluppo) ad aumentare il rischio di cambiamenti del clima?
Il problema della equità nella suddivisione dei costi e dei benefici fra i vari paesi, così come fra le generazioni attuali e quelle future, diventa, insomma, un problema ancora più acuto quando si affronta la strategia di adattamento.
3.1 La necessità di una strategia di adattamento è già attuale
Benché le azioni per la mitigazione dei cambiamenti climatici siano fondamentali e assolutamente prioritarie, non si riuscirà comunque a evitare che i cambiamenti climatici già innescati procedano ulteriormente, anche nel caso, del tutto teorico, che diventassero subito operative misure drastiche di taglio delle emissioni antropogeniche di gas serra.
Accanto alla strategia di mitigazione,certamente prioritaria per rallentare il più possibile i cambiamenti del clima, è quindi necessario dare il via anche a una strategia che porti il mondo ad adattarsi, senza troppi danni, a una situazione futura diversa da quella attuale. Quanto diversa da quella attuale si può ipotizzare solo sulla base degli scenari di cambiamento climatico visti nei capitoli precedenti, che tengono conto delle diverse ipotesi di sviluppo socio-economico e di emissioni di gas serra.
Ricordiamo che questi scenari presuppongono che il sistema climatico si comporti come un “sistema lineare”, ma non è detto che vada in questo modo. La scienza del clima non è ancora in grado di valutare fenomeni di destabilizzazione degli equilibri climatici “non lineari”, in grado di portare a improvvisi cambiamenti del clima in tutto il pianeta o in parte di esso.
Pur nell’incertezza degli scenari, il clima è comunque destinato a cambiare, e dipenderà dalle scelte che faremo se cambierà poco o molto: l’adattamento ai cambiamenti del clima è quindi una necessità importante tanto quanto quella della mitigazione. L’adattamento ai cambiamenti del clima significa in sostanza la messa a punto di piani, programmi, azioni e misure tali da minimizzare conseguenze e danni causati dai possibili (anzi probabili) cambiamenti climatici, cioè tali da ridurre la vulnerabilità territoriale e quella socio-economica ai cambiamenti del clima. Ma nello stesso tempo devono anche saper cogliere e sfruttare le nuove opportunità di sviluppo socio-economico che potrebbero presentarsi a causa dei cambiamenti del clima e dei suoi effetti.
Disporre di una strategia di adattamento capace di contrastare ed eliminare con efficacia le conseguenze negative e i danni dei cambiamenti climatici diventa quindi una esigenza irrinunciabile e prioritaria, tanto più quanto la strategia di mitigazione sia debole o poco efficace.
Aspettare per definire una strategia di adattamento non è saggio
Rispetto alle politiche di pianificazione e di gestione del territorio (e di quelle che riguardano più direttamente i settori produttivi come le politiche agricole, industriali, dei trasporti o di uso delle risorse naturali) i decisori politici, o almeno la maggior parte di essi, non hanno ancora maturato una sufficiente consapevolezza dei problemi dei cambiamenti climatici, e di conseguenza non hanno ancora un’idea chiara dei problemi di adattamento e delle strategie di adeguamento per far fronte alle inevitabili conseguenze dei cambiamenti climatici, molti dei quali sono già in atto. Nonostante i disastri naturali causati dalla maggiore intensità e frequenza degli eventi estremi, i danni e le conseguenze economiche e ambientali dei cambiamenti climatici non sembrano alla maggior parte dei governi dei paesi industrializzati di entità tale da meritare un’attenzione maggiore rispetto ad altri problemi più urgenti. In altre parole, le decisioni vengono rinviate.
Solo nei paesi in via di sviluppo, e specialmente in quelli molto vulnerabili alle condizioni climatiche – come gli stati delle piccole isole subtropicali e intertropicali, vulnerabili a cicloni, tifoni,uragani, innalzamento del livello del mare ecc. – e nei paesi più poveri dell’Africa (vulnerabili a carenza d’acqua, siccità e desertificazione), si esprime un’alta sensibilità al problema e una pressione forte verso i paesi industrializzati perché, nell’ambito dei trattati ONU esistenti (a cominciare dal Protocollo di Kyoto), forniscano cooperazione e assistenza.
Anche se le conseguenze dei cambiamenti climatici non appaiono nei paesi industrializzati così gravi da influire sui mercati internazionali delle merci e dei prodotti, non sembra saggio né lungimirante far finta che non esista un rischio di cambiamento del clima, né tanto meno ignorare i rischi di danni derivanti dai cambiamenti del clima.
Questo purtroppo non è un atteggiamento inusuale nel campo della prevenzione dei rischi e della gestione del territorio, come ci insegna la storia dei numerosi disastri legati al rischio sismico o idrogeologico. Si tratta di un atteggiamento cosiddetto “reattivo”: significa che le misure di prevenzione e di minimizzazione dei dannisi predispongono solo dopo che si sono verificate catastrofi con danni ingenti, sia economici che in perdite di vite umane. Ed è l’atteggiamento più utilizzato dai decisori politici.
Non fare nulla in termini di prevenzione dei rischi di danno, ma solo in termini “reattivi” ovvero aspettare che i cambiamenti climatici si manifestino in modo più marcato e che i danni diventino più devastanti o catastrofici, può di sicuro diminuire i costi delle politiche territoriali e di sviluppo delle attività economiche sul breve periodo, ma potrebbe invece aumentarli parecchio sul lungo periodo; anzi, potrebbe condizionare in modo non più modificabile il futuro dello sviluppo socio-economico.
3.2 In che cosa consiste l’adattamento
L’adattamento è un’azione di modifica che un dato sistema (ambientale o socio-economico) può effettuare per fronteggiare l’impatto o le conseguenze di una perturbazione e riequilibrare il sistema alle condizioni mutate o ai loro effetti: in pratica si tratta di aggiustamenti che da una parte tendono a minimizzare le conseguenze negative della perturbazione introdotta e dall’altra cercano di sfruttare le opportunità positive di tale perturbazione. Nei sistemi ambientali, in assenza di intervento umano questi aggiustamenti sono per lo più di tipo omeostatico.
Nel contesto dei cambiamenti climatici, con il termine “adattamento” si fa riferimento sia al processo con cui si giunge alla situazione finale dell’adattamento, sia alle condizioni che consentono di adattarsi. Il termine adattamento ha infatti diversi significati a seconda del contesto nel quale è inserito: per esempio, in ecologia l’adattamento si riferisce ai cambiamenti attraverso i quali un organismo, una specie o un ecosistema, si adegua nel miglior modo possibile alle condizioni dell’ambiente nel quale vive o da cui dipende. In campo socio-economico invece l’adattamento si riferisce ai processi di ottimizzazione che le attività produttive effettuano, in fase di produzione e nei prodotti, per adeguarsi ai sistemi economici e di mercato.
In ogni caso, sia che si parli di un processo di adeguamento sia che si parli di condizioni per l’adeguamento, l’adattamento implica un cambiamento di qualcosa in qualche altra cosa. La causa che deve stimolare l’adattamento non è il cambiamento climatico in quanto tale, ma l’impatto negativo del cambiamento climatico su un sistema umano, un sistema ambientale o un sistema socio-economico. Non sempre, infatti, un cambiamento del clima implica la necessità di adattamento, ma solo nel caso in cui quel cambiamento abbia provocato conseguenze tali da modificare, e perfino rompere, le condizioni di equilibrio o di ottimizzazione complessiva che il sistema aveva raggiunto in precedenza.
Aumentare le capacità di adattamento
L’adattamento è un processo che nei sistemi ecologici avviene in modo naturale, anche se in tempi diversi e con vincitori (le specie o gli ecosistemi che si adattano) e vinti (specie ed ecosistemi che non si adattano e soccombono).
Qualora le condizioni climatiche o ambientali mutino, alcune specie o ecosistemi dotati di grande mobilità sono in grado di trasferirsi o migrare verso luoghi o ambienti dove sussistono condizioni più favorevoli. Se le variazioni si estendono su lunghi periodi, intervengono fattori biologici in grado di modificare perfino la struttura e le funzioni degli organismi viventi per ottimizzarli in funzione delle condizioni ambientali: entra in gioco la selezione naturale, che provoca l’estinzione di specie o ecosistemi che non sono stati capaci di adattarsi.
L’essere umano, considerato come singola specie animale, ha grandi capacità di adattamento al clima e alle condizioni ambientali e territoriali, come dimostra la diffusione del genere umano su tutto il pianeta. Viceversa i sistemi umani, intesi come i sistemi socio-economici, culturali e infrastrutturali tipici di ciascun contesto territoriale, con tutti i relativi aspetti urbanistici, di agricoltura, di risorse idriche, di industrializzazione e di trasporto, sono spesso scarsamente adattabili ai cambiamenti del clima.
Se i sistemi ecologici naturali hanno la capacità di adattarsi naturalmente, i sistemi umani – che sono sistemi costruiti – non hanno la stessa capacità, e anche l’adattamento va costruito. In altre parole, gli interventi di adattamento che la società umana può effettuare risulteranno tanto più appropriati, efficaci e tempestivi, quanto maggiori sono le capacità di adattamento del sistema umano. Le capacità di adattamento dei sistemi umani dipendono da:
• le capacità progettuali e di programmazione,
• le capacità scientifiche, tecnologiche e di know how,
• le capacità organizzative, infrastrutturali e di intervento operativo,
• l’organizzazione sociale ed economica del sistema umano,
• l’informazione e la consapevolezza dei problemi da parte della popolazione.
Le capacità di adattamento di un sistema umano dipendono, quindi, in larga misura dal livello di sviluppo di quel sistema umano (cioè della nazione, di un popolo o di una comunità). Di conseguenza, le capacità di adattamento sono maggiori per i paesi industrializzati e minori per i paesi in via di sviluppo, maggiori per i popoli ricchi e minori per quelli poveri. E in seno a uno stesso paese industrializzato, come l’Italia, le capacità di adattamento sono maggiori nelle regioni o nelle comunità dove più mature sono la cultura scientifica e tecnologica, l’organizzazione socio-economica locale, la conoscenza dei problemi e la partecipazione dei cittadini.
L’adattamento si fonda sulle capacità che i sistemi hanno di far fronte agli aspetti negativi edi modificarsi per raggiungere un equilibrio adeguato alla nuova situazione. Aumentare o favorire l’adattamento di un sistema ai cambiamenti climatici significa prima di tutto diminuirne la vulnerabilità. Il problema fondamentale per l’adattamento è, quindi, quello di capire quanto il sistema (ambientale o socio-economico) considerato sia vulnerabile ai cambiamenti del clima e quanto sensibile a tali cambiamenti. Tutto l’adattamento ruota fondamentalmente attorno al problema della vulnerabilità.
3.3 Ridurre la vulnerabilità per adattarsi
Nel linguaggio comune la parola “vulnerabilità” ha una connotazione negativa e si riferisce più al timore che si verifichi un evento dannoso che alla reale possibilità che quell’evento possa effettivamente verificarsi. Il concetto di vulnerabilità inoltre ha senso se associato a un soggetto e a un oggetto: la vulnerabilità di una persona a una cosa, o la vulnerabilità di una cosa a un’altra cosa.
Anche in ambito scientifico il termine vulnerabilità è associato a un concetto negativo che riguarda uno specifico sistema (ambientale, economico o sociale) esposto alle conseguenze (danni ambientali, economici o sociali) di un dato rischio (naturale o indotto dalle attività umane) che si manifesta in un certo periodo di tempo (attuale o futuro, definito o indefinito). Insomma la vulnerabilità deve essere descritta da quattro parametri:
• il sistema vulnerabile, che può essere un sistema territoriale ambientale e umano, un ecosistema naturale, uno o più gruppi di popolazione, una serie di attività economiche, ecc.;
• la causa potenziale del danno (il rischio), generalmente un evento esterno al sistema considerato (uragano, terremoto, esplosione) che per la sue caratteristiche, o per la sua anomala intensità o durata, è in grado di produrre danni rilevanti, come perdite di vite umane, degrado dell’ambiente, perdita di biodiversità, danni economici alle attività produttive o a cose e infrastrutture;
• l’entità del possibile danno, che si traduce nella quantificazione del valore economico, sociale o ambientale attribuito al sistema (o a parti di esso) minacciato dall’esposizione al rischio sopraddetto;
• il periodo di tempo entro cui tutto ciò si può verificare, che identifica quando e per quanto tempo è più probabile che si manifesti il rischio e ne consegua il danno: per esempio, se si tratta di eventi estremi come gli uragani per l’area caraibica o le trombe d’aria per l’Italia, il periodo a maggior rischio è il periodo estate-autunno; se invece si tratta di terremoti, il periodo di tempo a maggior rischio è indefinito; se si tratta di cambiamenti climatici lenti o di lungo periodo, il rischio riguarda i prossimi decenni e oltre.
Anche se la vulnerabilità deve per forza essere definita dai quattro parametri citati, non è comunque un numero matematico, né una misura che si può effettuare con un strumento (non esiste il “vulnerometro”), ma è una situazione – o meglio una condizione – che viene descritta attraverso un certo numero di fattori o di “indici” che nel loro insieme definiscono le sue caratteristiche. A seconda di tali peculiarità gli indici possono essere ambientali, oppure economici, sociali o una loro combinazione.
Gli indici ambientali che riguardano il clima e i suoi cambiamenti si riferiscono a temperatura, umidità, pioggia, evapotraspirazione del suolo, produttività agricola, innalzamento del livello del mare, erosione costiera, ecc.
Gli indici sociali si riferiscono alla distribuzione della popolazione, alla definizione dei gruppi critici, agli assetti e all’organizzazione delle istituzioni, ai servizi sociali e sanitari, all’istruzione e alla formazione.
Gli indici economici si riferiscono alle attività produttive e finanziarie, ai prodotti, agli investimenti, al reddito delle persone fisiche e delle imprese, alle iniziative di sviluppo economico.
Nelle analisi di impatto dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze questi indici non sono però mai separati, perché la vulnerabilità ai cambiamenti del clima comprende sia la dimensione ambientale sia quella economica e sociale.
L’analisi della vulnerabilità
L’analisi della vulnerabilità ai fini della programmazione-gestione territoriale e della pianificazione dello sviluppo socio-economico non è molto diversa dall’analisi della vulnerabilità ai fini della pianificazione e della gestione delle emergenze. Il confine sta nel taglio che si dà alla probabilità che un certo rischio possa verificarsi: la pianificazione e gestione delle emergenze comincia quando la probabilità è molto bassa ma l’entità del danno aspettato molto alto, cioè quando si tratta di eventi del tutto eccezionali; negli altri casi si tratta di normale ottica di prevenzione.
Prevenire i danni degli uragani nella stagione estiva e autunnale, quando è più facile che si verifichino, fa parte della normale pianificazione e gestione del territorio. Prevenire i danni di un uragano che si verifica in pieno inverno (quando è raro o quasi impossibile che si verifichi) fa parte della pianificazione e gestione delle emergenze.
Purtroppo l’esperienza dimostra che in presenza di eventi soltanto anomali – ma non inaspettati né tanto meno eccezionali – spesso la Protezione Civile (o, comunque, l’istituzione preposta alle emergenze) deve intervenire per far fronte alle lacune di una inadeguata programmazione e gestione del territorio, se non addirittura all’assenza o grave insufficienza degli strumenti pianificatori e gestionali.
3.4 La vulnerabilità ai cambiamenti climatici
La vulnerabilità ai cambiamenti climatici riguarda il medio-lungo termine e coinvolge tutti i sistemi ambientali, economici e sociali anche se in modo diverso, con conseguenze diverse e su periodi di tempo futuri ma differenti.
Innanzitutto gli impatti dei cambiamenti climatici non si manifestano tutti nello stesso momento, non producono gli stessi effetti, né producono effetti dappertutto. Per esempio l’innalzamento del livello del mare causa conseguenze sulle aree costiere, ma ovviamente non su quelle montane. Lo stesso cambiamento climatico, come l’aumento dell’intensità delle precipitazioni, può causare due diversi tipi di effetti: un aumento del rischio di inondazione nelle aree vallive e un aumento del rischio idrogeologico (frane e smottamenti) sui versanti montani. L’aumento dei fenomeni siccitosi può portare a conseguenze diverse su tempi diversi: il degrado del suolo e danni all’agricoltura sul breve periodo, e il rischio di desertificazione sul lungo periodo.
In secondo luogo, le conseguenze negative producono effetti differenti a livello sociale e nei diversi gruppi di popolazione. Se aumentano le ondate di calore, come è successo nell’estate 2003, le persone anziane o debilitate sono più esposte a rischi; se aumenta la frequenza o l’intensità di eventi estremi come la siccità o le alluvioni sono a maggiore rischio di danno gli agricoltori e coloro che svolgono attività all’aperto che non altre categorie professionali. Infine, a livello economico le conseguenze possono essere negative, ma anche positive: perché non sempre le conseguenze dei cambiamenti climatici producono danni, ma possono anzi offrire nuove opportunità. Con i cambiamenti del clima alcune regioni e alcune popolazioni verranno favorite, e altre danneggiate. Infine, nell’ambito dei disastri naturali e della pianificazione delle emergenze, i cambiamenti del clima possono aumentare i rischi naturali in alcuni territori e diminuirli in altri.
L’IPCC definisce la vulnerabilità di un sistema (ambientale o umano) ai cambiamenti del clima come “la probabilità di essere danneggiato perché non sufficientemente capace di resistere alla causa del possibile danno” (il cambiamento del clima). Tale incapacità deriva da due fattori essenziali: la sensibilità,troppo elevata rispetto alla potenziale fonte di danno, e la capacità di adattamento, troppo bassa per rendere minimi gli effetti del danno. La vulnerabilità a cui si riferisce l’IPCC riguarda soprattutto la vulnerabilità a lungo termine di qualsiasi sistema naturale, sociale ed economico, esposto a qualsiasi impatto o conseguenza negativa, derivante da qualsiasi cambiamento del clima.
La resilienza, invece, è la potenzialità o la possibilità che un determinato sistema ha di resistere a un impatto o a un danno, possibilità determinata dalle sue capacità di elasticità o di recupero rispetto alla causa del possibile danno: la resilienza è, quindi, l’opposto della vulnerabilità. Vulnerabilità e resilienza rappresentano, infatti, le due facce di una stessa medaglia.
Vulnerabilità e resilienza sono concetti teorici che è difficile quantificare rispetto a una unità di misura o ricavare da una qualche equazione matematica, anche se in molti ci hanno provato. Nella pratica, piuttosto che ricorrere a espressioni matematiche per descrivere la vulnerabilità o la resilienza si ricorre a “indicatori” di vulnerabilità (o di resilienza), cioè a parametri che abbiano particolari caratteristiche, tra cui: 1) siano facilmente misurabili, 2) siano molto sensibili alle variazioni di uno stato stazionario o di equilibrio, 3) siano, infine, in grado di definire in modo chiaro uno o più aspetti critici dell’elemento oggetto di vulnerabilità.
3.5 La vulnerabilità aggiuntiva indotta dai cambiamenti del clima
L’aumento della vulnerabilità ambientale e territoriale che si osserva in tutto il mondo è causato oggi da due fattori principali: da una parte è in atto un’espansione delle attività umane su aree territoriali che sono già a “rischio”, come le aree costiere e fluviali a rischio inondazione, le aree collinari o montuose a rischio di frana, le aree geologicamente instabili o non idonee per tipo e caratteristiche dei suoli a supportare insediamenti umani; dall’altra sono in atto lenti ma costanti cambiamenti globali, di cui i cambiamenti climatici sono quelli più evidenti. Questi cambiamenti incidono non tanto sui valori medi, ma sull’estremizzazione della fluttuazioni: ciò porta a variazioni dei rischi che amplificano ancor di più la vulnerabilità.
Queste considerazioni di carattere generale, formulate dall’IPCC, trovano un riscontro ampio e articolato proprio in Italia, il cui territorio è già oggi vulnerabile a tutta una serie di eventi naturali che vanno dai terremoti al vulcanismo fino all’instabilità del suolo, dei litorali e dei versanti montani e collinari. Il territorio italiano è però reso ancora più vulnerabile da altri fattori: basti pensare alla mancanza in molte regioni di un’appropriata pianificazione e gestione del territorio, senza dimenticare la ormai consolidata e diseducativa abitudine dei ricorrenti condoni edilizi, che scoraggiano pianificazioni, controlli e l’uso razionale delle risorse naturali, oltre che aumentare la vulnerabilità ambientale e diminuire la resilienza del territorio.
Siccome la vulnerabilità è destinata a diventare differente da oggi, sia a causa dei cambiamenti sia per effetto dell’evoluzione delle attività umane, le maggiori criticità si manifesteranno negli ambiti territoriali e di attività umane dove più importanti saranno gli impatti climatici, come ad esempio l’innalzamento del livello del mare, l’estremizzazione dei fenomeni meteorologici o la diversa disponibilità di risorse idriche tra Nord e Sud Italia.
3, 6 La vulnerabilità aggiuntiva nel processo di adattamento
Il clima influenza da sempre tutte le attività umane, non solo quelle che ne dipendono in modo diretto – le attività agricole, agroalimentari e agroforestali, la disponibilità di risorse idriche superficiali e di falda – ma anche molte altre attività che apparentemente non hanno diretti legami con il clima, come le infrastrutture, le comunicazioni, il commercio, l’urbanizzazione, ecc. Queste attività vengono, di solito, progettate e dimensionate sul territorio con il presupposto implicito (per esempio il commercio e l’urbanizzazione) o esplicito (per esempio le infrastrutture e le comunicazioni) di condizioni climatiche “medie” su quel territorio, tenendo conto tutt’al più della “normale” variabilità climatica così come la si conosce dalle vicende del passato. Così facendo si assume, consapevolmente o inconsapevolmente, che il clima del futuro (o almeno per il previsto arco di vita di quella attività), permanga stazionario e invariato rispetto al passato. Se il clima cambia, ma soprattutto se cambia l’intensità e la frequenza degli eventi estremi, i rischi per la sicurezza di quelle attività non solo aumentano, ma possono aumentare in modo sproporzionato o imprevedibile.
Affrontare i maggiori rischi di danno derivanti dai cambiamenti del clima non significa organizzare una più efficace gestione delle emergenze o rafforzare le strutture e i servizi di protezione civile, ma impostare in modo radicalmente diverso dal passato i problemi di sviluppo socio-economico, inclusi i problemi della pianificazione territoriale e dell’uso delle risorse, tenendo conto del clima che cambia. La filosofia di base in questo campo è, infatti, che più si pianifica bene e si previene, meno si interviene con le emergenze e il ripristino.
Questo significa che anche per la programmazione dello sviluppo economico, oltre che per la pianificazione del territorio, sarà necessario definire e valutare la vulnerabilità economica, ambientale e territoriale ai cambiamenti climatici in modo diverso e dinamico, cioè con l’occhio rivolto al futuro del clima e non al clima del passato. Ciò permetterà di definire meglio non solo la sensibilità o la criticità di questo o quel settore ai cambiamenti del clima, ma anche le capacità di adattamento alle condizioni climatiche future previste da appositi scenari per individuare gli interventi più idonei a minimizzare, in relazione agli specifici contesti territoriali, le conseguenze negative dei cambiamenti climatici e a massimizzare le nuove opportunità di sviluppo.
È probabile che in molti contesti territoriali le necessità di adattamento e quelle di sostenibilità economica non comporteranno solo piccoli riaggiustamenti per prevenire le perdite o ripristinare il territorio colpito dalle calamità, ma decisi interventi tesi a cambiare radicalmente metodi e tecniche di produzione economica o interventi ancor più drastici per cambiare l’uso stesso del territorio.
Se l’entità dei cambiamenti climatici e dei relativi impatti fosse rilevante, non ci sarebbe da meravigliarsi se le analisi di adattamento consigliassero, a proposito di un dato territorio, addirittura di abbandonare certe attività produttive per sostituirle con altre economicamente e ambientalmente più sostenibili nel futuro contesto dei cambiamenti del clima.
3. 7 Valutare la vulnerabilità ai cambiamenti del clima
L’identificazione e la definizione, attraverso opportuni indici, della vulnerabilità futura di un certo territorio o di un certo ambiente deve naturalmente essere rapportata al presente per valutarne l’evoluzione e le variazioni. Poiché il problema principale dell’adattamento è, innanzitutto, la riduzione della vulnerabilità, una volta ottenuto il quadro complessivo di come cambia la vulnerabilità in relazione ai cambiamenti climatici si possono adottare alcuni criteri di valutazione:
• massima precauzione, ovvero vanno eliminati o minimizzati tutti i rischi prevedibili: si tratta di ridurre nel suo complesso la vulnerabilità attuale e futura in relazione agli scenari precauzionali o più estremi, ma realisticamente possibili, dei cambiamenti climatici e dell’evoluzione futura del territorio. La riduzione assoluta delle vulnerabilità comporta l’uso dei migliori interventi e delle migliori tecnologie, indipendentemente dai costi. Può essere giustificata solo se il tipo di vulnerabilità prevedibile è tale da causare danni incalcolabili (ad esempio, epidemie).
• massima efficacia della precauzione ma ripartita a seconda delle priorità da difendere: ovvero vanno eliminati o minimizzati non tutti i rischi prevedibili, ma solo quelli che hanno una reale possibilità di provocare i maggiori danni in settori ambientali e strategici ritenuti di importanza prioritaria. Si tratta di ridurre nel complesso solo la vulnerabilità attuale, e di procedere per il futuro a riduzioni successive o ad hoc in relazione all’evoluzione dei cambiamenti climatici, ambientali e antropici sul territorio mano a mano che si manifesteranno.
• precauzione realistica ma accettabile: ovvero vanno eliminati o minimizzati non tutti i rischi che hanno una reale possibilità di manifestarsi, ma solo quelli che in base a una analisi costi-benefici portino al massimo beneficio socio-economico conseguibile. Si tratta di ridurre la vulnerabilità attuale solo nei casi conclamati e nei settori più sensibili, e di procedere alle future riduzioni solo sulla base di valutazioni costi/benefici (ovvero: è preferibile pagare i danni qualora i costi delle opere di prevenzione risultino superiori ai danni, e attuare opere di prevenzione qualora i danni aspettati superino i costi della prevenzione).
3. 8 Le opzioni di adattamento
Ai fini della programmazione degli interventi di adattamento bisogna porsi delle domande prioritarie che riguardano i costi e i benefici dei possibili interventi da attuare, dove per costi e benefici non si intendono solo quelli di sostenibilità economica, ma anche quelli di sostenibilità sociale e di sostenibilità ambientale.
L’adattamento, come scelta “anticipatoria” per prevenire le conseguenze negative dei cambiamenti climatici e minimizzarne i danni, dipende molto sia dalla percezione dei rischi dei cambiamenti climatici sia dalla percezione della convenienza economica dei costi da sostenere per ridurre le conseguenze di tali rischi.
Ad esempio, un sistema umano (una nazione, un’amministrazione locale, una comunità) può, dopo un’analisi costi/benefici, ritenere opportuno non fare nulla per adattarsi ai cambiamenti climatici, ovvero ritenere accettabile correre il rischio di subire danni, perdite o modifiche (reversibili e irreversibili) a causa dei cambiamenti climatici. La decisione di non fare nulla scaturisce di solito dalla valutazione che i costi di prevenzione e minimizzazione appaiono troppo alti rispetto ai costi probabili dei danni temuti, sia in relazione all’effettiva entità del rischio del cambiamento climatico (in altre parole, è poco probabile che il clima cambi), sia all’effettiva entità dei possibili danni (in altre parole, anche se il clima cambia è poco probabile che ci siano danni rilevanti). Quindi quel sistema umano è disposto a subire, ovvero accetta di accollarsi, la parte di rischio a bassa probabilità; ritiene di poter far fronte all’eccezionalità degli eventi e alle conseguenze che inizialmente riteneva improbabile potessero accadere.
Se, viceversa, dopo l’analisi costi/benefici il sistema umano accetta di affrontare i costi e gli impegni che risultano dalle valutazioni effettuate, allora si possono mettere in atto diverse alternative per affrontare sia il rischio del cambiamento climatico sia il rischio del danno.
Le opzioni di adattamento sono in genere le seguenti:
Difesa passiva: ovvero modificare la vulnerabilità del territorio e del sistema socio-economico agendo sulla riduzione del rischio aggiuntivo indotto dai cambiamenti del clima. Si cerca di attuare misure preventive di difesa “reattiva” senza modificare le attività umane (per esempio costruire dighe per le zone soggette a esondazioni dei fiumi o innalzamento del livello del mare, favorire il drenaggio dell’acqua nelle zone soggette a rischio di alluvioni o, viceversa, favorire il risparmio e l’accumulo di acqua nelle zone soggette a rischio di desertificazione).
Difesa attiva: modificare la vulnerabilità del territorio e del sistema socio-economico agendo sulla riduzione dei danni causati dal rischio aggiuntivo indotto dai cambiamenti del clima. Si cerca di attuare misure preventive di difesa “proattiva” modificando le attività umane per ridurre e attenuare i danni temuti, oppure si cerca di ricorrere ad alternative di sviluppo socio-economico equivalenti. Per esempio, le attività agricole possono passare da un tipo di coltivazione a un altro o si modificano i metodi di produzione.
Difesa assicurativa: non modificare la vulnerabilità del territorio e del sistema socio-economico, ma suddividere e condividerne i prevedibili danni in modo solidale. Si cerca, cioè, di attuare misure preventive che mettano in moto meccanismi di solidarietà per il risarcimento dei danni. Per esempio: istituire un fondo comune ad hoc, stipulare polizze di assicurazione.
Abbandono: vale a dire non modificare nulla, né la vulnerabilità del territorio, né quella del sistema socio-economico, ma abbandonare il territorio e le sue vecchie opportunità di sviluppo per indirizzarsi verso nuove prospettive. Si cerca, in altre parole, di attuare misure di prevenzione tese a delocalizzare le attività umane esistenti e trasferirle verso territori e ambienti ove i rischi sono minori o dove, per effetto dei cambiamenti del clima, emergono nuove possibilità di sviluppo delle attività umane alternative alle precedenti.
Chiariamo con dei casi più pratici il significato di queste diverse opzioni di adattamento.
4.ESEMPI DI OPZIONI DI ADATTAMENTO
Una volta chiariti i concetti di vulnerabilità e adattamento, e da dove si può partire per minimizzare le conseguenze dei cambiamenti climatici, vediamo alcuni degli aspetti più rilevanti per lo sviluppo socio-economico e per la protezione dell’ambiente in relazione ai prevedibili impatti dei cambiamenti del clima, e quali opzioni di adattamento possono essere utilizzate.
Agricoltura
Gli effetti dei cambiamenti climatici sull’agricoltura sono sia di tipo diretto che indiretto, e dipendono dalle condizioni locali legate alla natura dei suoli e alle condizioni idrologiche, ma anche ai processi biogeochimici nel suolo e nel sottosuolo.
Il risultato finale verrà determinato a seguito di effetti contrapposti: da un lato il previsto aumento di produttività agricola per la maggior presenza di anidride carbonica atmosferica e, dall’altro, l’altrettanto prevedibile diminuzione di produttività agricola causata dalla temperatura più alta.
Il ruolo cruciale in questo bilancio viene giocato dall’acqua, che deve essere presente nel suolo, e in parte anche dall’azoto che dal suolo entra con l’acqua nel ciclo vitale di formazione della biomassa vegetale e poi torna al suolo insieme al carbonio nel ciclo di decomposizione della biomassa vegetale e di attivazione dei processi biogeochimici dei suoli. In media, per ogni chilogrammo di carbonio che le piante trasformano in materia organica attraverso la fotosintesi occorrono 1000 litri di acqua che le piante devono pompare dal suolo e poi disperdere in atmosfera, insieme a circa 50 grammi di azoto e altri costituenti minerali in traccia.
La produttività media globale di biomassa vegetale è attualmente di circa 7 tonnellate per ettaro, ma nei suoli agricoli, che sono in genere ben irrigati e fertilizzati, si arriva in media a 10-15 tonnellate per ettaro per il frumento, a 15-20 tonnellate per ettaro per il mais e fino a 50-100 tonnellate per ettaro per patate, barbabietole e canna da zucchero. Il principale limite della produttività di biomassa, e quindi anche della produttività agricola, è determinato dalla presenza di acqua nel suolo. Di conseguenza le precipitazioni che regolano l’umidità dei suoli e alimentano le falde acquifere, i corsi d’acqua e le riserve idriche, sono il fattore chiave della produzione agroalimentare. Fattori secondari di limitazione sono la temperatura e l’intensificazione degli eventi estremi (soprattutto siccità alternate ad alluvioni e ondate di caldo torrido alternate a ondate di gelo).
In relazione a quelli che saranno i cambiamenti climatici a livello locale, la produttività agricola subirà cambiamenti anche rilevanti a seconda dei vari contesti territoriali. In generale tenderà ad aumentare per le regioni delle alte latitudini, dove l’effetto combinato dell’aumento di anidride carbonica atmosferica e di maggiori precipitazioni favorirà la formazione di biomassa vegetale; mentre alle basse latitudini, soprattutto a livello subtropicale, dove le precipitazioni tenderanno a diminuire, la produttività agricola andrà inevitabilmente incontro a un declino.
Il declino potrà però essere limitato (o molto rallentato) nei paesi industrializzati, dove la disponibilità di tecnologie e di know how permetterà di sopperire alla mancanza d’acqua e di diversificare le pratiche agricole e la produzione agroalimentare. Nei paesi in via di sviluppo, invece, dove le pratiche agricole sono piuttosto primitive e la produttività agroalimentare dipende in modo determinante dalle condizioni climatiche, l’agricoltura potrebbe subire danni drammatici e irreparabili, non solo per le popolazioni ma anche per la qualità dei suoli e della diversità biologica.
Fattori chiave secondari, ma non trascurabili, per la produzione agroalimentare sono rappresentati dall’aumento della temperatura, anche in presenza di sufficiente disponibilità d’acqua, e dall’aumento della variabilità climatica (in particolare dall’aumento della frequenza e dell’intensità dei fenomeni estremi contemporaneo alla crescita della temperatura media globale). L’aumento della temperatura, infatti, accelera i fenomeni di metabolismo e di decomposizione organica anaerobica e aerobica. Di conseguenza vengono accelerati i processi di respirazione sia delle piante che dei suoli, processi che superato un certo limite non permettono più la produzione di biomassa, ma provocano una perdita della biomassa prodotta. Infine, l’accentuata variabilità climatica comporta per la vegetazione e per produzione agricola notevoli stress, ai quali bisogna aggiungere anche fattori collaterali e concomitanti di danno come maggiori attacchi di parassiti delle piante.
L’adattamento a tutti questi fattori di vulnerabilità può comprendere una o più delle seguenti opzioni, a seconda delle analisi dei costi/benefici che ciascuna opzione comporta:
• la difesa passiva, il che significa agire sulle cause dei fattori di vulnerabilità (mancanza d’acqua, aumento della temperatura e degli estremi climatici, attacchi dei parassiti) controbilanciandoli o cercando di eliminarli con pratiche agricole e sistemi tecnologici adeguati (per esempio: riserve idriche precostituite, produzione d’acqua mediante dissalatori, uso di serre climatizzate);
• la difesa attiva, che significa agire a valle dei fattori di vulnerabilità (danni alla produzione agricola) controbilanciandoli o cercando di eliminarli con produzioni agricole e biotecnologie più adatte alla mutate condizioni climatiche (per esempio: rinnovare del tutto pratiche agricole e tipologie della produzione e dei prodotti agroalimentari, usare piante resistenti alla siccità o all’attacco di parassiti);
• la difesa assicurativa, che significa in sostanza compensare le maggiori perdite, o i maggiori danni, derivanti da fenomeni climatici estremi indipendentemente dal fatto che si sia optato per la difesa passiva o per la difesa attiva;
• l’abbandono, ovvero modificare l’uso del territorio utilizzandolo per altri scopi di sviluppo socio-economico e non più per l’agricoltura, e spostando la produzione agricola su altri territori più favorevoli.
Risorse idriche
La disponibilità d’acqua, già oggi ineguale, tenderà a diventare ancora più diseguale con i cambiamenti del clima. In effetti nei paesi alle basse latitudini della fascia subtropicale – dove l’acqua già scarseggia, sia perché le quantità e i flussi sono insufficienti ai bisogni, sia per una cattiva gestione delle risorse idriche disponibili – l’acqua tenderà a essere ancora più scarsa, mentre alle alte latitudini della fascia temperata e delle regioni subpolari tenderà a essere sempre più abbondante.
La disponibilità d’acqua dipenderà dal nuovo regime di precipitazione (compresi gli eventi estremi) che i cambiamenti climatici determineranno, ma anche dalle condizioni di evapotraspirazione dei suoli e dalla gestione delle risorse idriche. Gli effetti dei cambiamenti delle precipitazioni sui corsi d’acqua, le acque sotterranee e i bacini idrologici dipendono a loro volta anche dalla presenza o meno di vegetazione e dalle caratteristiche del territorio, e in particolare dall’orografia (compresa la presenza di ghiaccio) e dalla geomorfologia dei bacini idrografici. Questo significa che, a parità di cambiamenti climatici e di regime delle precipitazioni, gli effetti sulla disponibilità d’acqua possono essere anche molto diversi fra regione e regione e fra località e località.
I cambiamenti climatici, però, non agiscono solo sulla disponibilità d’acqua, ma anche sulle sue caratteristiche fisiche (temperatura, densità, ecc.), sulle caratteristiche chimiche (contenuto di sali disciolti, ioni, ecc.) e, infine, su quelle microbiologiche (presenza di batteri e microrganismi). Le caratteristiche dell’acqua hanno a loro volta conseguenze sulle caratteristiche delle risorse idriche, sulle caratteristiche ecologiche in termini di sopravvivenza degli ecosistemi acquatici e di quelli che dipendono comunque dall’acqua e, infine, sulle caratteristiche chimiche e chimico-fisiche del suolo e del sottosuolo interessato dai corsi d’acqua o dalle riserve idrologiche.
Con il crescere del riscaldamento climatico tenderà ad aumentare anche la domanda d’acqua, soprattutto nelle regioni a bassa latitudine dove sia l’aumento più rapido della popolazione, sia l’aumento della siccità renderanno più accentuata la penuria d’acqua. Affrontare questa vulnerabilità delle risorse idriche richiede che la gestione della risorsa idrica sia impostata su un uso efficiente e programmato.
Attualmente circa un terzo dell’umanità, soprattutto in Africa e in Asia centrale, vive in condizioni di scarsità di acqua, condizioni che potrebbero diventare drammatiche in futuro. L’uso efficiente e integrato delle risorse idriche è quindi la priorità assoluta, soprattutto per queste regioni dove i cambiamenti del clima porteranno a una ulteriore diminuzione delle risorse idriche.
Per i paesi industrializzati, invece, il cambiamento di disponibilità d’acqua comporterà interventi di adattamento che saranno diversi caso per caso. Per esempio nelle regioni dove la disponibilità d’acqua tenderà ad aumentare sarà necessario rimuovere dighe e barriere che ne ostacolano il deflusso, in modo da ridurre il rischio di alluvioni e inondazioni; viceversa, nelle regioni dove la disponibilità d’acqua tenderà a diminuire sarà necessario attuare azioni di salvaguardia delle risorse idriche e di aumento delle riserve d’acqua.
Ma bisognerà anche tener conto degli usi dell’acqua per le diverse attività umane e gli ecosistemi naturali. Per esempio l’aumento della temperatura dell’acqua conseguente al riscaldamento climatico renderà corsi d’acqua e bacini idrici più produttivi dal punto di vista biologico, e quindi anche più eutrofici. Questo implica che sarà necessario ridurre o evitare scarichi di fosfati e nitrati nei corpi idrici perché, con l’aumento della temperatura, queste sostanze diventeranno più facilmente distrofiche, ovvero sede di processi di decomposizione e di modifiche chimico-fisiche che rendono le acque, oltre che maleodoranti, del tutto inadatte sia per la vita acquatica, sia per gli usi umani. In modo analogo potrebbe succedere per gli scarichi inquinanti che contengono cariche batteriche: la maggior temperatura delle acque favorisce, infatti, la proliferazione di microrganismi e agenti patogeni, tanto che le risorse idriche diventerebbero un veicolo di diffusione di malattie sia per gli esseri umani che per molte specie animali.
Affrontare i problemi di riduzione della vulnerabilità delle risorse idriche e di adattamento in questo settore significa dunque fondamentalmente razionalizzare, integrare e rendere efficienti i diversi usi dell’acqua. Per le attività umane gli usi interessano l’agricoltura (principalmente l’irrigazione), l’industria (la produzione industriale e i processi industriali), l’energia (i sistemi di raffreddamento nella generazione termoelettrica e la produzione idroelettrica) e la popolazione (la fornitura di acqua potabile per i cittadini, le utenze civili e commerciali).Le scelte di adattamento riguardano dunque i due aspetti di base: quello della domanda d’acqua, cioè la razionalizzare degli usi dell’acqua per i diversi utilizzatori, e quello dell’offerta d’acqua, cioè la razionalizzare dell’uso delle fonti idriche che garantiscono la disponibilità d’acqua.
L’adattamento ai fattori di vulnerabilità delle risorse idriche può comprendere una o più delle seguenti opzioni, a seconda delle analisi dei costi/benefici che ciascuna delle opzioni comporta:
• la difesa passiva, che significa mantenere gli usi finali dell’acqua agendo sui fattori di vulnerabilità delle risorse idriche, cioè sulla minore disponibilità, controbilanciandoli attraverso la modifica delle infrastrutture per aumentare gli approvvigionamenti (incrementando i sistemi di captazione d’acqua, cercando nuove sorgenti, accrescendo le riserve, producendo acqua dolce con dissalatori, ecc.);
• la difesa attiva, che significa modificare gli usi finali dell’acqua agendo a valle dei fattori di vulnerabilità attraverso un uso dell’acqua più consono alle mutate condizioni climatiche (usando acqua potabile per i soli usi domestici, riciclandola per gli usi agricoli e industriali, usando la cogenerazione per la produzione elettrica, utilizzando incentivi e disincentivi economici in relazione agli usi dell’acqua);
• la difesa assicurativa, che in questo caso può significare non tanto una compensazione economica, quanto la predisposizione di misure di emergenza per bloccare gli usi dell’acqua diversi da quelli essenziali per minimizzare i danni che dovessero derivare da fenomeni climatici estremi;
• l’abbandono, modificando profondamente gli usi dell’acqua su un certo territorio, escludendo per esempio alcuni usi come quello agricolo (modifica dell’uso del suolo e nuova pianificazione territoriale), delocalizzando gli impianti industriali che consumano più acqua o gli impianti termoelettrici a ciclo aperto (i maggiori consumatori), riprogammando insomma l’uso del territorio e delle risorse naturali compatibilmente con le nuove caratteristiche e con la nuova disponibilità di risorse idriche.
Ambiente marino costiero
L’innalzamento del livello del mare è una delle conseguenze più certe dei cambiamenti del clima. Tuttavia l’entità effettiva dell’innalzamento del livello del mare non dipende solo da cause climatiche (maggior temperatura delle acque marine, fusione dei ghiacciai, ecc.) ma anche da cause locali, ad esempio in relazione a fenomeni geologici o alla dinamiche delle coste e dei litorali. Le aree costiere – e soprattutto gli ambienti marino-costieri – non sono sistemi passivi, ma rispondono con proprie dinamiche e con varie forme di resilienza naturale alle variazioni di livello del mare.
Le aree marine costiere, che nel passato erano soggette solo a fenomeni naturali, hanno assunto un’importanza fondamentale nello sviluppo socio-economico mondiale come risorsa economica per l’industria, il turismo, i trasporti, l’urbanizzazione; tanto che gran parte delle attività umane si sta ormai da tempo spostando sempre più sulle aree costiere. La pressione delle attività antropiche e la modifica dei litorali hanno praticamente annullato sia le capacità di resilienza naturale degli ambienti costieri sia le caratteristiche di biodiversità relative alla foce dei fiumi, alle zone umide lagunari, alle aree paludose marino-costiere.
Con i cambiamenti del clima molti dei processi già in atto – come l’erosione costiera, l’intrusione delle acque salmastre marine nelle falde di acqua dolce, la perdita di zone umide – saranno fortemente accelerati, così come più gravi saranno le conseguenze negative sull’ambiente naturale e sull’ambiente antropizzato che da questi processi derivano. A ciò va aggiunta la perdita di aree costiere più o meno vaste o più o meno significative, a seconda dell’entità dell’innalzamento del livello del mare, sia in relazione all’altezza e alla pendenza delle coste sia in relazione ai processi di subsidenza o di sollevamento geologico esistenti. Infine, l’intensificarsi dei fenomeni climatici estremi come cicloni tropicali ed extratropicali, uragani, tifoni, alluvioni, mareggiate, saranno nelle aree costiere la causa più rilevante di danni agli insediamenti e alle attività umane.
Il problema della vulnerabilità delle coste non può che essere affrontato in maniera preventiva, attraverso un’opportuna pianificazione delle aree marino-costiere e una appropriata gestione integrata delle coste.
Le opzioni di adattamento delle aree costiere ai cambiamenti del clima dipendono in modo decisivo dal contesto locale, che va studiato e analizzato a fondo. Un caso studio condotto dall’ENEA su un’area marino-costiera (la piana di Fondi, in provincia di Latina) potenzialmente a rischio di allagamento per innalzamento del livello del mare, ha identificato alcune opzioni valide per un’area a forte sviluppo agricolo e moderato sviluppo turistico.
Le opzioni di adattamento sono analoghe ai casi precedenti, ma con contenuti e finalità diversi:
• la difesa passiva, ovvero mantenere lo sviluppo agricolo attuale e avviare uno sviluppo turistico e del tempo libero: la difesa contro l’innalzamento del livello del mare e la perdita delle aree costiere può essere fronteggiata attraverso la costruzione di dighe e di sistemi di protezione della costa in grado di conservarne le caratteristiche fisiche e geomorfologiche attuali; inoltre vanno predisposti opportuni sistemi che blocchino il cuneo salino e impediscano l’intrusione di acqua salata nel sottosuolo e nelle falde idriche.
• la difesa attiva, cioè modificare lo sviluppo socio-economico dell’area per sfruttare nuove opportunità derivanti dalla mutate condizioni climatiche: quindi lasciare che tutta l’area venga allagata e avviare un nuovo tipo di sviluppo basato non più sulle attività agricole, ma su attività di acquacoltura, maricoltura o di allevamento ittico.
• l’abbandono, ovvero spostare lo sviluppo agricolo su altri territori più favorevoli e sfruttare le potenzialità turistiche che dovessero manifestarsi per la nuova configurazione della costa dopo l’innalzamento del livello del mare e l’allagamento dell’area.
La scelta fra le diverse opzioni può essere effettuata attraverso un’analisi dei costi e dei benefici di ciascuna opzione. Questo, però, è possibile solo per aree costiere la cui pianificazione e il cui uso ha varie possibilità di scelta. Ma se si tratta di aree costiere ad alto valore ambientale, come le zone umide, o a elevata biodiversità, oppure di aree costiere di grande valore storico, artistico e culturale, come l’area costiera veneta e la laguna di Venezia, le opzioni di adattamento sono obbligate a una soltanto: la difesa passiva, con tutti i condizionamenti e le conseguenze che tale scelta obbligata comporta.
Insediamenti umani
Gli insediamenti umani, intesi sia come aree residenziali, industriali e produttive, sia come infrastrutture per le attività umane, sono soggetti a tre prevalenti tipi di vulnerabilità ai cambiamenti del clima:
• vulnerabilità economica, quella cioè che deriva dalle minori capacità produttive o dalla maggiore criticità nella crescita del reddito nazionale o del reddito pro-capite a causa sia dei cambiamenti del clima che influiscono negativamente su molti settori produttivi (agricoltura, pesca, turismo), sia a causa delle variazioni della domanda e dell’offerta di molti beni e servizi che in un contesto climatico diverso assumono un diverso significato o un diverso valore;
• vulnerabilità infrastrutturale, quella cioè che deriva dalla crescente inadeguatezza dei sistemi di trasporto, delle reti infrastrutturali, dei servizi ecc. Per esempio i sistemi di trasporto ferroviario o stradale potrebbero risultare particolarmente inadatti ai rischi aggiuntivi indotti dai cambiamenti del clima (in particolare quelli derivanti dalla maggiore instabilità dei suoli e dalla franosità dei versanti, da maggiori alluvioni e inondazioni, ecc.). Ma anche oleodotti, gasdotti, elettrodotti e altre reti di trasporto potrebbero rivelarsi molto vulnerabili alle mutate condizioni climatiche e ambientali. Eventi estremi come ondate di caldo o di freddo e nubifragi violenti possono facilmente provocare estesi black-out di energia elettrica, come le vicende del nostro recente passato insegnano.
• vulnerabilità della popolazione, quella cioè che deriva dalle diverse condizioni di qualità dell’ambiente e di qualità della vita della popolazione, e in particolare dai maggiori rischi sanitari che le mutate condizioni climatiche inducono soprattutto sui gruppi più sensibili come anziani e bambini.
Tutto questo implica che nella pianificazione di qualsiasi attività umana – e in particolare di impianti industriali o strutture e infrastrutture destinate a durare molti decenni – non si può ignorare il problema dei cambiamenti climatici. Questo problema viene oggi molto sottovalutato, ma dovrà quanto prima trovare adeguata considerazione nelle valutazioni di impatto ambientale e di impatto ambientale strategico, nelle analisi di pianificazione e gestione integrata del territorio e delle coste e in tutte le iniziative a carattere programmatorio e strategico, sia a livello locale che nazionale.
Molte città e istituzioni locali stanno introducendo questi temi nelle Agende 21 locali, e ne discutono nei Forum per le Agende 21. Sono state condotte encomiabili iniziative pilota in molti comuni, soprattutto in campo energetico e di uso sostenibile del territorio; ma la scala del problema fa sì che non si possa lasciarlo affrontare da iniziative volontaristiche o dalla sensibilità delle istituzioni locali. Occorre avviare una organizzazione sistematica e una regolamentazione a livello nazionale, soprattutto nell’ambito della programmazione economica e di coordinamento interministeriale delle strategie di sviluppo socio-economico nazionale, strategie che ovviamente devono trovare coerenza e coordinamento con quelle internazionali.
Vincenzo Ferrara
18 aprile2007