MERCOLEDI' 7 FEBBRAIO 07 ore 21
Esplorazione Dantesca

IL TEATRO DEL TREBBO
di Toni Comello
presenta
IL XXII CANTO DELL'INFERNO


Il canto ventiduesimo dell'Inferno di Dante Alighieri si svolge nella quinta bolgia dell'ottavo cerchio, ove sono puniti i malversatori.
Siamo nel mattino del 9 aprile 1300.

(la prevista lettura del XIII canto del Purgatorio non si è potuta tenere per la mancanza, causa malattia, della protagonista interprete di Sapia)

Bella serata mercoledì 7 febbraio con Dante Alighieri al circolo arci isolotto.
La compagnia del Trebbo "magistralmente" guidata da Toni Comello (splendido Dante) ci conduce per mano alla scoperta della Divina Commedia dove fra viscidi dannati e diavoli che si azzuffano, Dante - attraverso la figura del navarrese, una sorta di proprio opposto - ci mostra per contrasto quali siano i suoi veri ideali.
Per leggere Dante - dice Toni - servirebbero cose impossibili: nascere 700 anni fa mentre nasceva una lingua ed avere un sapere infinito. Combattere ed uccidere in battaglia (Campaldino - 1289). Essere attivi in politica ed in diplomazia. Leggere filosofi antichi cristiani ed arabi: forse Leonardo Fibonacci.

Essere condannati due volte a morte, vivere e morire in esilio... ma non basta...
Meglio dunque affidarsi a Toni ed ai suoi compagni di avventura il cui allenamento continuo rigoroso e "fanatico" alla recitazione ci portano ad esplorare Dante come verso un continente tutto da scoprire...
Un ringraziamento ed un'arrivederci alla prossima occasione...
Di seguito la narrazione del XXII canto e le immagini della serata...

l'anomalo navarrese

Il canto inizia spiegando con un'amplissima similitudine il suono del cul del diavolo fatto "trombetta".

Dante vi richiama con dovizia di dettagli le proprie vicende biografiche, nelle quali ha avuto modo di vedere operazioni militari d'ogni tipo e tutti i segnali che le caratterizzano (la marcia, l'assalto, la rassegna, la ritirata, le sortite a cavallo, i tornei a squadra e in singolo mossi da suoni di trombe, campane, tamburi, segnali visivi dai castelli, cose all'italiana e cosa alla straniera), ma mai uno così strano come questo con cui i diavoli si mettono in marcia (cioè la scoreggia del loro comandante).
Questa parentesi, è un chiaro esempio dello stile comico del brano dei barattieri: egli usa parole marziali e magniloquenti per metter su un divertissment basato sulla parodia.

Dante e Virgilio dunque stanno camminando in compagnia dei dieci demoni ("i Malebranche") lungo l'argine della bolgia, ma il pellegrino non è spaventato o inorridito anzi non gli viene in mente altro che un proverbio "ne la chiesa coi santi, e in taverna coi ghiottoni (cioè i furfanti)", come a voler dire che a ogni luogo si conface una compagnia "in tema" e che essendo all'Inferno si deve rassegnare a passeggiare con i diavoli.

Come detto dal loro capo Malacoda, i demoni devono pattugliare la pece bollente, per vedere che nessun dannato ne esca.

 

Anche Dante guardando la pece vede i dannati che escono con la schiena, come i delfini, o con la faccia, come le ranocchie (da notare il continuo riferimento a similitudini animalesche, indice dello stile comico e della bestialità di questi dannati - Dante era infatti particolarmente avverso ai peccati che riguardavao il denaro), le quali si affacciano dall'acqua sugli stagni, ma appena vedono un serpente si rituffano tutte.

Così facevano i dannati, sempre pronti a beffarsi dei diavoli in un continuo gioco di astuzie e furberie contrapposte.

(nella foto Toni mima la ranocchia)



I barattieri quindi appena vedono l'ombra dei diavoli si rituffano, come talvolta fanno le rane, ma uno di essi è troppo lento a re-immergersi e viene afferrato da Graffiacane, il diavolo più vicino, che lo prende per i capelli impegolati con l'uncino (con un gesto che oggi potrebbe ricordare quello degli spaghetti con la forchetta) e, tirandolo sù come una lontra (nero, lucido per la pece sgrondante) si appresta a scuoiarlo.

I diavoli gridano "O Rubicante, fa che tu li metti li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!", ma Virgilio, su richiesta di Dante, chiede che prima il dannato dica chi sia presentandosi.


Egli risponde che è nativo della Navarra e che sua madre lo mise al servizio di un Signore, essendo suo padre già morto per aver distrutto sè e le sue cose (suicida e scialacquatore quindi); entrò poi nella famiglia (intesa qui come insieme dei servi) del re Tebaldo presso di cui compie il peccato di baratteria per il quale è punito.

I commentatori antichi diedero a questa figura il nome di Ciampòlo di Navarra (forse una contrazione di Giampaolo o del francese Jean Paul), ma le notizie storiche su di esso sono purtroppo limitate al testo dantesco.


Ciriatto allora, il diavolo che somiglia a un porco nel nome e di fatto, fa sentire al dannato come una delle sue zanne, che gli uscivano ai due lati della bocca, ferisse, strusciandola però solamente ("sdruscia").

Dante non è impaurito, ma forse incuriosito da questo sorco finito tra male gatte.

Barbariccia, che è il "sergente" di questa truppa, allora "il chiuse con le braccia": chi? probabilmente il dannato; e qual'è il gesto esattamente?
Forse si potrebbe intendere come egli si sia solo interposto tra i due per contenere i diavoli, magari allargando le braccia, essendo il verbo "chiudere" anche sinonimo di "recintare". Sempre Barbariccia dice poi "State in là, mentr'io lo 'nforco" cioè vorrebbe escludere gli altri diavoli dal piacere della tortura.

Dante e Virgilio sembrano però tifare una volta tanto per il dannato, quindi gli rivolgono un altra domanda ritardando il supplizio: "de li altri rii / conosci tu alcun che sia latino (qui sinonimo di italiano)/ sotto la pece?".

Il dannato risponde che lì accanto a lui c'era fino a poco fà un "vicino" dell'Italia, un sardo, e che tanto vorrebbe tornare accanto a lui sotto la pece senza paura nè di unghia nè di uncino.

Nel ritmo incalzante dell'episodio, il discorso di Ciampòlo è di nuovo interrotto dai diavoli. Libicocco, che freme di impazienza per usare l'uncino profferisce laconicamente "Troppo avem sofferto!" e gli stacca un pezzo di braccio con l'arpione. Draghignazzo allora alla vista del sangue si esalta e si avventa sulle gambe del poveretto, ma basta un'occhiataccia del loro capo (il decurio) per fermarli.

Le ferite però non sono orride e non danno dolore al malcapitato, il quale le guarda, ma riprende subito a parlare, spronato da Virgilio.

Il dannato di cui parlava poco fa è Frate Gomita, gallurese, ricettacolo (vasel) di ogni frode, che trattò i nemici del suo signore in maniera che ognuno ne ebbe profitto (lui e loro, intende: prese i soldi e li lasciò liberi; ma anche negli altri offici fu un barattiere, "non picciol, ma sovrano".
Con lui c'è Michele Zanche del Logudoro, e le loro due lingue non si stancano mai di parlare della Sardegna.

Al vedere i diavoli minacciarlo sempre più da vicino, Ciampolo si zittisce. Farfarello sta "stralunando" gli occhi e il gran proposto (un'altro modo di indicare ancora Barbariccia) lo scaccia: "Fatti 'n costà, malvagio uccello!".

Cimapolo allora propone un patto di scambio: se essi vogliono (Dante e Virgilio) vedere altri loro compaesani Toscani e Lombardi, lui li può richiamare se i Malebranche staranno un poco in ritirata (in cesso), così che essi non temano le loro ombre; basterà che egli zufoli un segnale convenuto e parecchi (sette con valore indeterminato) usciranno fuori.

Al che Cagnazzo leva il muso e lo accusa di volerli ingannare per tornare nella pece, ma Ciampolo risponde di compiere l'inganno a danno degli altri dannati, adescando i diavoli.

Alichino allora, in contrasto con gli altri diavoli, accetta per primo la sua proposta, minacciandolo di riafferrarlo se solo tenta di ributtarsi nella pece ("non ti verrò dietro di galoppo, / ma batterò sopra la pece l'ali" cioè con le mie ali sarò più veloce che un cavallo al galoppo). I diavoli allora convinti da Alichino arretrano appena dietro la riva, ed il primo a farlo è proprio Cagnazzo, quello che aveva manifestato perplessità, come a intendere il suo spazientimento per il gioco o l'ardimento dopo esser stato convinto.
Tutti stanno tutti a guardare, ma il Navarrese, studiato il momento giusto, si acquatta e poi spicca il tuffo nella pece beffando tutti.

Alichino spicca il salto per acciuffarlo, ma deve fare come il falcone che risale quando l'anatra si nasconde sotto l'acqua: "l'ali al sospetto non potero avanzar" cioè più rapida delle ali fu la paura.

Tutti sono presi o dai rimorsi, ma più di tutti Alichino e dopo di lui Calcabrina, che aveva seguito il volo sperando che il dannato fuggisse per potersi azzuffare.

Infatti appena il barattiere sparisce egli rivolge i suoi artigli al compagno, che a sua volta risponde con artigliate da sparvier grifagno.

Nella zuffa entrambi però rotolano nella pece bollente.

Il caldo si rivela meraviglioso pacificatore perché i due si separano subito, ma non riescono a rialzarsi in volo con le ali tutte invischiate di pece, e devono essere afferrati dai compagni, pur essendo "già cotti dentro la crosta".


Approfittando della confusione, Dante e Virgilio se ne vanno.