Ma laicità ed ateismo pari non sono
di Giancarlo Boselli
in “la Repubblica” del 7 gennaio 2008
Mi ha colpito quel che ha scritto qualche giorno fa su queste pagine Piergiorgio Odifreddi: «La laicità e l´ateismo che costituiscono una sorta di nudità teologica naturale sono diventate quasi una
vergogna da nascondere sotto i variopinti paramenti delle fedi e dei credi». Credo che lui ed io
voteremmo oggi nello stesso modo in un confronto sulla 194, in difesa di una buona legge, contro
l'opinione della senatrice Binetti e del cardinale Bagnasco, e forse anche su qualche altro tema.
Eppure quel che scrive mi sconcerta e mi spinge a reagire perché in quella frase c´è davvero molta
confusione, insieme a qualche artificio retorico fuorviante, e perché questa confusione e questa
retorica sono molto diffusi.
Si vede che è davvero difficile inaugurare, mentalmente, una stagione che, nei fatti, si è aperta da un
pezzo, quella del pluralismo, del multiculturalismo, del multiconfessionalismo. Per essere chiaro
aggiungerò che queste ultime parole non designano una recente invenzione estremistica, una
criticata abitudine inglese o uno snobismo gastronomico, ma semplicemente uno stato di fatto che
riguarda l´Europa, il mondo, e dunque anche l´Italia. E che se non si registrano gli orologi sul
tempo presente anche la discussione interna al Partito democratico continuerà a rimbalzare tra
Togliatti e De Gasperi, tra il Pci e la Dc, la via italiana al socialismo, il compromesso storico e la
bozza Ceruti, senza farsi una ragione del fatto che nel frattempo i musulmani in Europa sono venti
milioni e che i cattolici praticanti sono una minoranza sovrastimata (circa un terzo della
popolazione italiana si dichiara tale, ma molti mentono e non vanno a messa, le vocazioni
sacerdotali sono al collasso).
Quella frase di Odifreddi sovrappone cose da tenere distinte: la laicità e l´ateismo non sono affatto
la stessa cosa. La laicità è una condizione che descrive la cultura e le istituzioni liberali che
separano la sfera della Chiesa da quella dello Stato, mentre l´ateismo è una posizione filosofica
assai onerosa da sostenere, una forma di metafisica asseverativa in base alla quale Dio non esiste,
una teoria naturalistica tutta da discutere, della quale molto si può dire, non certo che essa sia
sostenuta dalle risultanze della scienza.
La laicità è una attitudine dovuta, anche da parte dei religiosi, come ben si sa, è la disponibilità a
condividere un terreno comune di valori condivisi necessari per convivere; se vogliamo dirlo con le
parole più sofisticate di un filosofo liberale, John Rawls, è l´area ideale in cui i valori delle varie
dottrine, dai seguaci del Dalai Lama fino a quelli del cardinale Bagnasco passando per i testimoni di
Geova, i senza Dio e i marxisti dilibertiani si sovrappongono (overlap). Si potrebbe darle un po´ più
di sostanza filosofica descrivendola come un neutrale agnosticismo metodologico, ma si finirebbe
per renderla un po´ troppo ingombrante e questionabile.
Nessuna posizione può pretendere di rappresentare la «nudità teologica». Se in economia «nessun
pasto è gratis» per la collettività, nella filosofia (o tanto più teologia) politica «nessuna teoria è
senza peso» per lo stato liberale. Tanto meno è «nudità teologica» l´ateismo, una delle dottrine più
ingombranti da argomentare. Vale la pena di ricordare quel che scrive Niles Eldredge, uno dei più
tenaci e autorevoli difensori del darwinismo, a proposito di Richard Dawkins e del suo combattivo
ateismo: «Quando qualcuno come lui dichiara apertamente, rumorosamente e bellicosamente di
essere un ateista, ne ha pieno diritto secondo i principi della libertà di parola», ma sta così
promuovendo attivamente una guerra culturale – «e traendone vantaggio» – con la conseguenza di
peggiorare di molto le cose negli Stati Uniti perché, alla fine, «i creazionisti, che vogliono che la
loro materia sia inserita nel curriculum scolastico o che desiderano che l´evoluzione ne sia
completamente rimossa, diranno che è in atto una guerra culturale e chiederanno di avere lo «stesso
spazio».
Quando parla dei «variopinti paraventi delle fedi e dei credi» sotto i quali nascondere la «vergogna
dell´ateismo» Odifreddi allude ai non credenti nell´Italia di oggi come una minoranza sopraffatta.
Bisogna francamente ammettere che questo artificio retorico non vale più di quello dei cattolici che
si presentano come sopraffatti dal materialismo, e dall´orgia di consumismo (etero/omo) sessuale e
altre tentazioni di Satana. Propongo di rinunciare bilateralmente a queste rappresentazioni e adottare
una sobria illustrazione del nostro attuale come un mondo che offre molte opzioni possibili, di fede
e non-fede. Rubo una immagine fulminante a un filosofo cattolico, Charles Taylor, nel suo recente
monumentale A Secular Age (Harvard Un. Press): il cambiamento fondamentale che caratterizza la
nostra epoca è il mutamento dell´immaginario per cui «non c´è più una fede di default». Fino a
qualche decennio fa il secolarismo aveva già fatto molta strada, nelle istituzioni e nel disincanto
della gente, ma la nostra condizione religiosa o non religiosa «naturale», prevedibile, altamente
probabile, era iscritta nella nascita. Si poteva cambiare certo, ma remando controcorrente. Il nostro
mondo non offre più una opzione di default: cattolica a Bergamo, protestante a Bergen, marxista a
Leningrado o Lipsia. Ci sono alternative. Nessuna corrente è più così forte.
Come navigare in queste acque imprevedibili? È fondamentale il principio di «eguale rispetto» da
parte dello Stato nei confronti delle varie posizioni religiose e anche nei confronti della non-
religione. Se accettiamo la formula di Martha Nussbaum (il Nord America è in queste discussioni
assai attrezzato!) possiamo anche parlare di un principio di «non preferenzialismo». Fare
attenzione: la formula è onerosa per tutti, chiede ai religiosi di assegnare uguale dignità alle altre
fedi e alle posizioni non-religiose (atee, agnostiche, etsi deus daretur o etsi non daretur fa lo stesso),
e chiede ai non religiosi (atei e materialisti ottocenteschi compresi) di assegnare uguale dignità a
quelle religiose (non equiparandole, per esempio, caro Odifreddi, a oroscopi e altri intrattenimenti).
Il principio del non-preferenzialismo spingerà probabilmente a mettere in discussione le vaste
preferenze di cui beneficia in Italia la Chiesa cattolica. E sarà inevitabile affrontare il problema nel
tempo in modo non persecutorio, con il realismo e l´equilibrio di uno Stato capace di guardare alle
religioni per il contributo che sanno dare alla coesione sociale, estendendo le pratiche concordatarie
in modo bilanciato a tutte le confessioni. Sono personalmente convinto che l´estremismo
integralista, agitato da gerarchie o militanti politici, nuoce alle bandiere per cui milita. Se i cattolici
diventeranno un fattore di divisione e disordine, uno Stato giusto sarà inevitabilmente più severo,
esigente, ed esattore, con le loro organizzazioni. Manca molto, in questa discussione, l´intelligenza
sobria e paziente di Pietro Scoppola il quale molto avrebbe avuto da suggerire a eventuali «carte dei
valori» di un Partito democratico italiano. Lui era molto bravo – come ha scritto lo storico Agostino
Giovagnoli – a leggere «ateismo, laicismo e anticlericalismo anche come fenomeni religiosi» e a
ricordarci che lo scontro fra "clericali" e "anticlericali", pur nelle diverse forme assunte di volta in
volta, rivela sempre una debolezza delle ragioni di entrambe le parti.