Una Sezione DS intitolata ad un prete:
Con questo articolo scritto nell'Aprile del 1993 da Franco Quercioli si illustrano le motivazioni per l’intitolazione ad Ernesto Balducci della allora sezione PDS (ora DS) dell’Isolotto |
La laica scelta del nome di un religioso per una unità di base del PDS
di Franco Quercioli
Scegliere il nome è sempre un impegno di grande responsabilità, perché comporta un riferimento ai valori che in questo
nome si riconoscono. E’ un modo per testimoniare che la vita di un uomo continua dopo la morte, in ciò che egli ha rappresentato per chi resta. Per questo è giusto che gli uomini continuino a mettere alle cose e alle persone nomi nei
quali riconoscere la propria identità. Dare il nome di Ernesto Balducci alla Unità di base del PDS cui siamo iscritti,
è una scelta molto impegnativa e per molti aspetti innovativa, rispetto alla tradizione da cui il PDS trae la sua origine. Ernesto Balducci era, infatti, un prete cattolico. E certo questo è un segno di discontinuità con la nostra tradizione,
come d’altra parte fu un segno di discontinuità la nascita del PDS. E’ un segno dei tempi. Il segno di una definitiva rottura del PDS con una concezione ideologica che identificava il partito politico con una cultura, con una tradizione. Il PDS non è il PCI, nasce dal PCI ma per andare oltre i suoi confini. Esso ha voluto essere un partito laico che appartiene a tutte le donne e gli uomini di ogni cultura, razza e religione; in esso sono presenti allo stesso titolo gli atei ed i credenti che si riconoscono nei valori della giustizia della eguaglianza della libertà, i valori dei democratici e della sinistra.
Per questo gli uomini in cui ci riconosciamo gli scegliamo in base alla coerenza con questi valori.
E’ presumile che vi siano compagne e compagni che, pur apprezzando Ernesto Balducci, ritengono che dare il suo nome ad una realtà del PDS sia una scelta azzardata. Bisogna comprendere questa resistenza. Essa ha le sue origini in una storia che ha visto i cattolici, e più ancora i preti, stare dalla parte del potere e contrastare i valori di emancipazione tipici della sinistra laica, socialista e comunista. Da quando prima Togliatti e poi Berlinguer aprirono il dialogo con i cattolici, essi furono accolti prima come alleati poi come compagni di strada ma non ancora come “dei nostri”.
Ora è giunto il momento di affermare che Ernesto Balducci è ”uno dei nostri”, anzi “uno di noi”.
Questo perchè sia noi che lui, in questi anni, abbiamo fatto molta strada insieme e durante questo lungo cammino siamo entrambi cambiati senza rinnegare nulla dei valori che sono all’origine delle nostre storie: la nostra che è una storia collettiva, la sua che fu storia individuale. Si può dire che per ambedue il cerchio si è chiuso. Abbiamo trovato una nuova identità alle radici delle nostre origini; da esse trae alimento il nostro impegno speso in un mondo dove tutto è cambiato e le vecchie ideologie sono state spazzate via dal vento della storia, lasciandoci a volte smarriti.
In che cosa dunque siamo cambiati, o meglio, in che cosa vogliamo cambiare?
Senza dubbio, nel corso della segreteria Occhetto, il partito ha portato alle estreme conseguenze alcune intuizioni di Enrico Berlinguer, intuizioni che già si collocavano oltre la tradizione comunista imperniata sulle vecchie teorie interpretative del marxismo-leninismo basate sulle contraddizioni di classe, per aprirsi alle nuove contraddizioni a dimensione planetaria: il rapporto uomo-natura, il rapporto uomo-donna, il rapporto Nord-Sud.
Tali contraddizioni richiedono agli uomini del 2000 un salto di qualità decisivo: la democrazia come valore in sè,
il governo mondiale come lo strumento più idoneo ad affrontare problemi non più gestibili negli ambiti angusti degli Stati/Nazione, la non violenza come metodo nuovo nella gestione dei conflitti.
Questi principi si collocavano oltre la tradizione comunista e quindi richiedevano una svolta che doveva essere rappresentata da un simbolo e da un nome nuovi. Il crollo del muro di Berlino fu solo l’occasione, perchè il mutamento era già maturo da tempo. Nella scelta di Partito Democratico della Sinistra c’era (e c’è tuttora) la convinzione che il socialismo fosse un elemento costitutivo, ma non il fondamento, fondamento che è sintetizzato nei termini “democrazia” e “sinistra”, termini che esprimono una valenza più ampia e che si aprono alle diverse culture politiche.
In quegli stessi anni Ernesto Balducci dà il suo contributo più alto alla sinistra che vuole rinnovare il suo impianto teorico e la sua pratica politica. Il suo pensiero che si può riassumere nel titolo del suo libro più famoso, “L’uomo planetario”, costituisce la sponda obbligatoria per chi vuole interpretare i segni della nuova epoca che si apre.
Ma il suo approccio al nuovo non significa mai liquidazione sommaria dei valori storicamente più significativi, bensì superamento critico di essi.
In Balducci la necessità della critica delle ideologie, tra queste il socialismo e il comunismo, si accompagna ad una critica altrettanto rigorosa del capitalismo, di cui egli non accetta la “inevitabilità”, secondo lui altrettanto ideologica.
La sua paura era che il PDS abbandonasse questa critica ed approdasse ad un riformismo debole. Una paura che fu anche la nostra e che si espresse nei nostri congressi di base. Negli ultimi anni Ernesto Balducci fece una scelta coerente allo sviluppo della sua riflessione: non volle essere più chiamato “Padre”. In questa fase di mutazione antropologica, diceva, i padri non ci sono più. Ogni individuo cerca la sua identità in un confronto alla pari con gli altri, difficile e tormentato. Inoltre la sua appartenenza alla Chiesa passava in secondo piano in quanto prete rispetto alla sua appartenenza all’umanità, dove, secondo lui, Dio continua a rivelarsi attraverso l’uomo.
Ciò lo portò ad ascoltare tutti, a parlare con tutti e a tutti “come uomo tra gli uomini”. E così anche per lui il cerchio si chiuse, come titolava un suo libro. Ernesto Balducci non si sentì allora più estraneo alla sua gente, alla sua famiglia, ai suoi compagni dei scuola minatori e partigiani impiccati dai nazisti, mentre lui se ne stava in seminario, agli amici molti dei quali comunisti, con i quali amava bere e cantare nelle estati quando tornava a Santa Fiora.
Ernesto Balducci si sentì quindi vicino a Manfredi, il fabbro anarchico del suo paese. Presso di lui Ernesto imparò da ragazzo cosa vuol dire lavorare con le mani. Quando lo informò che entrava in seminario, lui gli mise le mani sulle spalle,
lo guardò fisso negli occhi e gli disse: “Ernesto, non ti fare imbrogliare dai preti”. Quando nel 1962 Balducci ritornò a Santa Fiora dopo il processo che subì per l’obiezione di coscienza, ritrovò Manfredi presso la tomba del padre. “Ernesto” gli disse “ vedo che non ce l’hanno fatta...”.
Questo era l’aneddoto che Ernesto Balducci amava raccontare sempre più spesso negli ultimi tempi con legittimo orgoglio. Lo raccontò anche qui all’Isolotto alla Festa de l’Unità tre anni fa, quando venne a parlare invitato da noi.
Ecco perchè Ernesto Balducci è oggi uno di noi. Diciamo “uno di noi”. Non fu mai “nostro” e non lo sarà mai perchè appartiene a tutti coloro che in lui si riconoscono.